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6 cose che non sapete sul vino rosé

È una moda oppure no? Cosa sappiamo veramente di questo vino, da alcuni considerato di bassa qualità? Il vino considerato adatto al palato femminile per la sua leggerezza, in realtà è tutt’altro.

Da qualche anno è tornato in auge il vino rosé, una riscoperta per molti adatta a questo periodo dell’anno. Le sue note fruttate, il colore rosa richiamano fanno pensare ad un vino fresco, da gustare a bordo piscina nelle sere afose d’estate. È una moda o una riscoperta? Che in giro di miscugli improponibili ce ne siano fin troppi, non se ne discute: ci sono alcune sfaccettature, però, che non tutti conoscono.

1. Il vino più antico

Il rosé non è per nulla un’invenzione del secolo scorso, bensì ha una storia millenaria. I vini conosciuti già ai latini erano il vinum album (bianco), i sanguineum, il niger ed infine l’Helveolum vinum. Proprio quest’ultimo è quello che noi conosciamo come vino grigio o rosato, chiamato così da Catone nel De Agri Culture perché prodotto con uve Helvolae, vino Apicio e una parte di mosto cotto. La tecnica che veniva usata per estrapolare il succo era quella di schiacciarlo con le mani o i piedi, impedendo al colore della buccia di mischiarsi con il succo per troppo tempo.

Il vino più antico

Senza la macerazione, ancora sconosciuta o poco usata, il vino non avrebbe quel colore rosso intenso che conosciamo oggi. Questa bevande viene nominata anche da Sante Lancerio, il bottigliere di Papa Paolo III Farnese: nelle sue memorie lo chiama lacrima o rosato «perché ne vendemmiare, quando l’uva è ben matura, sempre geme». È il primo vino, facile da produrre, senza dover aspettare troppo tempo per consumarlo.

2. La riscoperta dell’ultimo decennio

Nel tempo le tecniche di macerazione e produzione del vino migliorano, ma è dopo la Seconda Guerra Mondiale che al rosé viene affibbiata una brutta nomea: credendolo un prodotto di bassa lega, il risultato dell’unione tra rossi e bianchi, viene soppiantato dallo Champagne. Ed è paradossale perché proprio quest’ultimo nasce in un primo tempo leggermente rosato. Ci vorrà un po’ di tempo prima che i vinicoltori scoprano il modo per rendere questo vino così frizzante e bianco.

La riscoperta dell’ultimo decennio

Nell’ultimo ventennio la produzione di vino rosé ha ricominciato a crescere. Il maggiore produttore resta la Francia, con il 28% di produzione mondiale, seguita da USA e Italia. I francesi sono anche i maggiori consumatori, seguiti sempre dagli americani. Svariati paesi producono questo tipo di vino, dall’Austria al Sud Africa, dalla Grecia al Marocco, senza dimenticare l’Italia.

3. Solo da aperitivo? Non lasciatevi ingannare dal rosa

Il colore rosa pallido non deve far pensare ad un vino dry, o per meglio dire secco: tutto dipende da come è stato prodotto. Allo stesso modo, un rosé più scuro non significa per forza corposo o dolce, anche se verrebbe da pensarlo. In alcuni casi viene lasciato a maturare in botti per un anno o più, come lo Chateux d’Esclans, un vino ricco di sapori e corposo, ma che mantiene lo stesso rosa pallido. Le uve usate per la produzione sono molteplici e vanno da quelle rosse del Cabernet Sauvignon, fino alle uve bianche come quelle dello Chardonnay o grigie della Grenache Gris.

Solo da aperitivo? Non lasciatevi ingannare dal rosa

4. Un falso mito estivo

Una delle caratteristiche che lo fa credere un vino estivo è data da una produzione limitata nell’anno. Normalmente viene venduto tra la primavera e l’autunno inoltrato, ma questo non significa che non possa accompagnare anche cibi invernali. Oltre a questo viene quasi sempre indicato come vino leggero e fresco, adatto a questo periodo dell’anno, ma a torto.

5. Non adatto a tutti i bicchieri

Le sue qualità incidono molto anche sulla scelta del bicchiere: a seconda che si scelga un rosé più secco o corposo, si deve tenere conto di quale calice sia il più adatto. Per i meno invecchiati gli esperti consigliano un bicchiere con un’apertura allargata e un corpo largo in grado di lasciare respirare il vino. In questo modo, tutte le note riescono ad essere percepite sia dal gusto che dall’olfatto. Quelli più maturi hanno bisogno, invece, di un’apertura più grande rispetto ai primi per permettere al vino di toccare le pareti della bocca, e solo alla fine giungere alla punta della lingua. Un assaggio graduale per una bevanda più intensa.

Non adatto a tutti i bicchieri

6. Una bottiglia personale

E arriviamo alla bottiglia: la forma, che ricorda un birillo da bowling, venne ideata negli anni ’30 da Marcel Ott, fondatore dell’azienda vinicola Domaines Ott. Molte altre bottiglie richiamano certi tipi di vino, ma quella di Ott, sotto brevetto, richiama alla mente dei più esperti quel tipo di rosé della Provenza. Negli ultimi anni molti viticoltori si sono lanciati nella riscoperta di questo vino: basti penare a Château d’Esclans fondata nel 2006 da Sacha Lichine, figlio di Alexis, uno delle figure più influenti in Francia nel settore vinicolo tra il 1960 e 1980. La produzione in questo paese resta alta, e i francesi restano i più grandi consumatori, preferendolo al vino bianco.

È una moda, o forse solo una riscoperta. Che in giro di miscugli improponibili ce ne siano fin troppi, non se ne discute. Però, meglio chiedere al sommelier.

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Laureata in Storia, ma appassionata di giornalismo. Disorientata tra conflitti mondiali e ambiente, resta certa solo di una cosa: l’essere curiosa.