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La carne in provetta non è carne. USA contro la carne in laboratorio

La carne in provetta non può essere chiamata carne. L’associazione degli allevatori statunitensi porta la nuova industria della carne cresciuta in laboratorio in tribunale contro l’utilizzo della parola «carne».

La carne in provetta, ovvero quella carne cresciuta in laboratorio partendo da cellule animali, non può essere chiamata «carne» perché non arriva da un animale allevato. Negli Stati Uniti è cominciata la lotta della USCA, l’associazione degli allevatori di bestiame a stelle e strisce, contro la nascente industria della carne animal-free. La battaglia ricalca quella avvenuta in Europa contro l’utilizzo improprio della parola «latte» legata ai prodotti di origine vegetale.

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Carne o non carne?

Il miraggio hi-tech di poter crescere carne perfettamente commestibile in laboratorio senza dover allevare o uccidere animali potrebbe ricevere presto un primo duro colpo. Negli Stati Uniti la US Cattlemen’s Association, l’associazione degli allevatori, ha lanciato una petizione presso i tribunali federali per impedire che la nuova carne «in provetta» possa essere definita come tale. Secondo gli allevatori americanil’etichetta «carne» (meat, in inglese) potrebbe confondere i consumatori portandoli ad identificare il prodotto di laboratorio con invece il prodotto naturalmente allevato.

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Gli allevatori richiedono che la definizione di «carne», e le sue derivazioni come «manzo» o «pollo», venga riservata a quei prodotti nati, cresciuti e macellati nella maniera tradizionale piuttosto che quelli derivati da nascenti nuove fonti di origine tecnologica come, per l’appunto, la carne ottenuta grazie alla crescita controllata di cellule animali.

Commercializzazione solo questione di tempo

Al momento la carne sintetica (se così può essere definita) non è ancora in commercio ma attorno al globo la corsa per portare la carne di laboratorio nei supermercati è diventata frenetica. I vantaggi di una «carne artificiale» sono, secondo gli estimatori, molteplici, come ad esempio, l’abbattimento totale dell’inquinamento legato all’allevamento animale tradizionale . Si stima infatti che circa il 18% delle emissioni totali di gas serra sia derivato dall’allevamento animale. Un altro indiscusso vantaggio è puramente commerciale e fa riferimento alla potenzialità di servire la crescente porzione di mercato vegetariana e vegana visto che nessun animale ha sofferto o è stato ucciso nella produzione della carne.

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A fermare l’esplosione della carne in laboratorio oggi sono i costi. La sfida al momento è l’abbattimento dei costi di produzione necessari a moltiplicare le cellule animali di partenza per arrivare ad un prodotto finito. A meno che non siate disposti a spendere diverse migliaia di euro al chilo per acquistarla, la commercializzazione della carne in provetta è ancora lontana.

Lontana, ma non troppo. Secondo quanto dichiarato da diverse start-up del settore come Memphis Meats o Mosa Meats, la carne cresciuta in laboratorio potrebbe arrivare al pubblico già dal 2021 a prezzi accessibili. Resta da vedere se potrà essere definita «carne» o se dovrà trovare una designazione alternativa. Un processo simile in Europa l’hanno subito i prodotti di origine vegetale che, per via di una sentenza della Corte di Giustizia Europea, non possono più venire chiamati «latte» o «formaggio». La questione della «carne in provetta» è oggettivamente più complessa, può un insieme di cellule cresciute artificialmente in laboratorio venire chiamato «carne»? Ai giudici americani la patata bollente.

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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.