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Il biologico non è solo un'etichetta

Il biologico non è solo un'etichetta

Quando si parla di biologico spesso si tende a dimenticare che non si tratta solo di un’etichetta: se ne discute sempre più aspramente negli USA, ma il problema è globale.

Per molti leggere biologico su un’etichetta equivale a trovare un marchio di garanzia, un simbolo che racchiude una ben precisa immagine dei campi, allevamenti e processi produttivi. Oggi però alcune aziende ai vertici del mercato agroalimentare cominciano a considerare i prodotti bio un vero e proprio business, una situazione che i piccoli produttori vogliono combattere in maniera decisa.

Le due interpretazioni del biologico

La diatriba potrebbe essere riassunta in poche righe, nonostante rappresenti un problema complesso: per alcuni produttori il biologico è un modo di vivere, una filosofia che descrive il rapporto tra l’uomo e la terra. Per altri invece diventa semplicemente un valore aggiunto con cui commercializzare un prodotto agroalimentare. Quando le grandi corporazioni hanno cominciato a fare pressioni negli Stati Uniti affinché la regolamentazione del loro biologico, «organic», fosse vantaggiosa per i nuovi latifondisti, i piccoli produttori si sono fatti sentire.

L’etichetta bio oggi ha un peso enorme per i consumatori: mentre altri claim passano più inosservati, i prodotti marchiati come biologici riescono a conquistare la fiducia dei clienti, che spesso però hanno un’immagine distorta dell’iter produttivo dietro ad uno specifico alimento. L’idroponica biologica, per esempio, è sempre più diffusa, nonostante sia difficile per l’acquirente di frutta o verdura bio concepire ortaggi che non hanno mai visto del vero terreno. Allo stesso modo la carne biologica può provenire da animali che trascorrono pochissimo tempo nei campi, costretti invece in stabilimenti con altri migliaia di esemplari.

Nuove certificazioni per tutelare il biologico

Sono state proposte diverse strategie per tentare di proteggere la certificazione biologica da uno svilimento eccessivo dei suoi disciplinari. Da una parte l’introduzione di nuovi regolamenti negli Stati Uniti sta garantendo ai produttori più meritevoli il riconoscimento del loro lavoro. Il Real Organic Project e la Regenerative Organic Alliance sono solo due esempi che si concentrano su standard più elevati di quelli imposti comunemente dall’USDA, il Dipartimento dell'agricoltura degli Stati Uniti d'America.

Stanno anche nascendo nuove certificazioni adatta a chi sta passando dalla coltivazione o allevamento convenzionale alle loro controparti biologiche: si chiama Certified Transitional e aiuta i produttori ad affrontare la transizione. Il problema è che, paradossalmente, con queste strategie si rischia di svilire il concetto di biologico, nato un tempo in contrapposizione con le pratiche dei giganti dell’agribusiness.


REDAZIONE
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