Spreco nella moda, che fine fanno i capi invenduti?
L’Unione Europea mira da tempo a ridurre lo spreco nella moda e lo strumento per attuare il piano è stato individuato nell’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR). Il regolamento mira a rendere il settore tessile più sostenibile e fare sì che al suo interno la circolarità guadagni un ruolo di rilievo. A fare da parte integrante del provvedimento è dunque il divieto di distruzione dei capi invenduti.

Moda sostenibile: ridurre lo spreco
L’Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR) mira a trasformare la moda in un settore più sostenibile e si concentra soprattutto sulla questione dello spreco. Il provvedimento stabilisce il divieto in Unione Europea di distruggere i capi invenduti a meno che non sussistano motivazioni valide.
Tra queste rientrano le ragioni di sicurezza o eventuali danni ai prodotti. Il provvedimento istituisce poi un format predefinito per indicare le ragioni dell’eventuale invio degli abiti non utilizzati in discarica, c0sì da sveltire le dinamiche burocratiche. Le norme sono estese anche ad accessori e calzature, oltre che a coperte e biancheria per la casa. Coprire la maggior parte dei costi di riciclo, raccolta differenziata e riutilizzo spetta secondo la legge a chi immette le varie merci sul mercato e quindi alle aziende produttrici.
Moda e inquinamento da spreco
Tenere sotto controllo il fattore spreco nella moda appare cruciale. Ogni anno finiscono in discarica 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili, equivalenti a un camion della spazzatura colmo di abiti da buttare. Si prevede per altro che nel prossimo decennio tale valore salirà a 134 milioni di tonnellate. Il problema risiede soprattutto nel fast fashion dove la produzione aggiunge ritmi altissimi.
Tra il 4 e il 9% del totale dei capi invenduti finisce in discarica anche in Europa e ciò genera una quantità di emissioni pari a quelle che produce in un anno l’intera Svizzera. Il provvedimento mira a rendere l’economia circolare parte integrante del processo e a incoraggiare quindi le pratiche virtuose, anche tramite controlli più rigorosi delle quantità di scarti dichiarati.
Lo spreco nella moda diventerà sostenibile?
La moda si avvia verso la strada della sostenibilità ma la questione spreco rimane una questione spinosa. Alle aziende di medie e piccole dimensioni verrà concesso più tempo per adattarsi al nuovo regolamento, parte del quale è in vigore dal 2024, ma ci si attende che entro i primi mesi del 2027 le norme diventino effettive anche per le ultime realtà coinvolte.
Il provvedimento risponde a una serie di richieste da parte di privati cittadini e associazioni che, nel corso del tempo, hanno insistito sull’importanza di considerare l’impatto ambientale e sociale del settore tessile. Dietro ogni capo di abbigliamento c’è il consumo di significative quantità di acqua e di suolo, oltre che, in alcuni casi, lo sfruttamento di forza lavoro.
La moda si mostra in prima linea per la corsa alla sostenibilità ma la lotta allo spreco deve essere considerata solo all’inizio. La spinta alla circolarità rappresenta uno degli step del processo ma le sfide che il fast fashion pone sono molte. Il brevissimo ciclo di vita degli indumenti, le microplastiche che questi diffondono nell’ambiente e le scorrette dinamiche di concorrenza che innescano, ne offrono una dimostrazione.






