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Si scrive foraging, si legge alimurgia: l’arte del cibarsi raccogliendo

Può sembrare un controsenso, ma nell'epoca delle produzioni estensive e degli allevamenti intensivi ritrovarsi a raccogliere da mangiare con le proprie mani potrebbe tornare di moda.

Siamo nel lontano 1767 quando un medico italiano, il fiorentino Giovanni Targioni-Tozzetti, pubblica un’opera dedicata a quei rimedi messi in pratica dalla popolazione per sfamarsi durante le carestie, spesso e volentieri ricorrendo ai prodotti spontanei della terra, nella maggior parte dei casi verdure. Ancora non lo sapeva, il dottor Tozzetti, che la sua intuizione sarebbe tornata alla ribalta tre secoli più tardi, appannaggio di chef stellati con stivaloni ai piedi e giovani esploratrice dedite alla ricerca delle piante più rare e gustose. Stiamo parlando del foraging, l’arte del cibarsi con quanto la natura mette più direttamente a disposizione.

Alimurgia o foraging?

Il medico fiorentino intitola l’opera “De alimenti urgentia” sotto cui campeggia più piccola la parola Alimurgia, ovvero la «scienza che riconosce l’utilità di cibarsi di determinate piante selvatiche, soprattutto in tempi di carestie o semplicemente per scopi salutistici», secondo wikipedia, anche se in realtà non sono esclusi da questa speciale dieta carne o pesce, anche se molto rari. Insomma, un cibarsi di sussistenza, messo in pratica in un’epoca quasi difficile da concepire per noi esseri umani dotati di supermercati e economia globale.

Foraging e alimurgia per chef

Eppure eccoci qui a parlarne, perché dopo secoli la possibilità di cibarsi dei frutti più spontanei e selvatici della terra, nonostante non fosse più una necessità, è tornata ad essere una pratica molto apprezzata, soprattutto se ad impiegare quella materia prima così emblema di natura sono i grandi chef.

Ma la raccolta di sussistenza appartiene alle nostre nonne e nonni, anche se è sempre stata una dimensione prettamente femminile, ben lontane dalle grandi cucine e i piatti elaborati, piuttosto chinate con l’occhio attento al tarassaco, la rughetta o la cicoria selvatica per l’insalata.

Laboratori del gusto naturale

Ed è così che vengono riscoperte le piante spontanee in grado di combinarsi alla perfezione per contorni freschi e originali, ma anche i fiori trovano il loro posto come elementi di guarnizioni, le cortecce e i licheni allo stesso modo trovano il loro posto nel piatto.

L’esigenza che si cela dietro a questo nuovo approccio alla spesa non è più la sussistenza, ovviamente, quanto la curiosità e la volontà di riscoprire prodotti della terra bistratti che nascondono profumi e sapori d’altri tempi (basti pensare che a fine Ottocento il pasto mangiato ogni giorno era composto dal 70-80% di prodotti selvatici).

Laboratori del gusto naturale con il foraging

Nessuno però può affrontare l’esperienza del foraging senza un’adeguata preparazione, è infatti una pratica che nasconde non pochi pericoli: alcune piante, bacche, radici o fiori possono essere velenosi per noi esseri umani, altre possono essere praticamente identici alla controparte salutare e trarci in inganno. Quindi meglio andare per boschi con qualcuno di preparato o un bel libro di botanica per dipanare eventuali dubbi, mentre date la caccia all’insalata perfetta.

Fonti: dissapore.com – lacucinaitaliana.it – dipbot.unict.it – wikipedia.org – theodysseyonline.com

Matteo Buonanno Seves
Un giovane laureato in Scienze Gastronomiche con la passione per il giornalismo e il mai noioso mondo del cibo, perennemente impegnato nel tentativo di schivare le solite ricette e recensioni in favore di qualcosa di più originale.