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Sakè: tutto quello che non sapevate, nome compreso

È sake, non sakè. E la pronuncia diversa non è nemmeno l’unico errore che si commette sul suo nome, che dovrebbe essere Nihonshu.

Comincia proprio in questi anni, almeno in Italia, ad uscire allo scoperto, nonostante i ristoranti giapponesi stiano dilagando con impressionante velocità in tutto lo stivale. Il sakè però, timidamente, ha aspettato più tempo per svelarsi ai palati occidentali, che oggi lo apprezzano pur non conoscendone tutti i segreti.

È sake, non sakè

Nihonshu, non sakè

Il primo fraintendimento su questa bevanda sta proprio nel nome: innanzitutto la sua pronuncia, che non è sakè ma sake, senza accento, come sottolinea la Treccani, ma anche dopo questo aspetto rimane il fatto che il concetto stesso di sakè è un’occidentalizzazione un po’ superficiale.

Nihonshu, non sakè

Il termine infatti si traduce in giapponese come bevanda alcolica, quindi genericamente riferita a molte tipologie differenti, dalla birra al vino, passando per particolari distillati di patate o prugne. Quello che noi definiamo sakè, in Giappone si chiama nihonshu, letteralmente alcol giapponese, e indica specificatamente questo vino a base di riso.

Tre ingredienti, non uno di più

Altro problema legato a questa bevanda è il suo grado alcolico: molti per il suo aspetto limpido – aspetto che hanno solo certe qualità di sakè, per essere precisi – lo accomunano ad un distillato molto alcolico come la grappa. In realtà però si tratta di una fermentazione del riso con una gradazione compresa tra i 4 e i 20% Vol.

Tre ingredienti, non uno di più

In ogni caso sono 3 gli ingredienti cardine per questo prodotto: riso, acqua e koji, un fungo che cresce sui cereali cotti, ampiamente utilizzato in Giappone e dal sapore estremamente caratteristico, che conosciamo come umami. I segreti della sua produzione hanno quasi 5.000 anni, lungo i quali si sono diffusi in tutte e 47 le prefetture del Paese. In alcuni casi comunque viene aggiunto anche un particolare tipo di lievito, utile per fermentare gli amidi del riso.

No, non si beve solo caldo

Per quanto lo abbiate imparato ad apprezzare a temperature più alte di quelle ambientali, il sakè in realtà si presta a essere gustato anche a molto fresco. Tra i 30 e i 35 gradi si servono la maggior parte delle varietà di questo vino di riso, che si sposa benissimo con preparazioni grasse, riducendone l’oleosità. Per fare questo la bottiglia in ceramica tipica in cui si serve il sakè viene immersa in una pentola e scaldata a bagnomaria.

No, il sakè non si beve solo caldo

Più la qualità dell’alcolico aumenta, però, più si presterà per essere servito anche a basse temperature, sviluppando un profilo simile a quello di un vino bianco pregiato. Per gli abbinamenti in questo caso meglio prediligere le tipiche preparazioni fredde giapponesi, come il sushi e il sashimi.

Fonti: saperebere.com – aislombardia.it – viadeigourmet.it – vanityfair.it

Matteo Buonanno Seves
Un giovane laureato in Scienze Gastronomiche con la passione per il giornalismo e il mai noioso mondo del cibo, perennemente impegnato nel tentativo di schivare le solite ricette e recensioni in favore di qualcosa di più originale.