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Microplastiche negli alimenti: come gli imballaggi possono contaminare il cibo

Microplastiche negli alimenti: come gli imballaggi possono contaminare il cibo

Il packaging alimentare rilascerebbe ogni anno oltre 1000 tonnellate di frammenti di microplastiche invisibili nei nostri piatti.

Gli imballaggi progettati per proteggere, isolare e conservare gli alimenti, rischiano di trasformarsi in uno dei principali veicoli di contaminazione da microplastiche. Recenti indagini mostrano come i materiali plastici utilizzati per il packaging non siano barriere completamente inerti: sottoposti a sfregamenti, variazioni termiche o semplice esposizione alla luce solare, contenitori e confezioni alimentari si degradano a livello microscopico, rilasciando costantemente particelle di plastica. Questi frammenti finiscono per migrare direttamente negli alimenti, riversando ogni anno sulle nostre tavole enormi quantità di residui microscopici.

Microplastiche negli alimenti: come gli imballaggi possono contaminare il cibo
@envatoelements

Come finiscono le microplastiche nel cibo?

Come evidenziato da una recente ricerca pubblicata dalla Royal Society of Chemistry, il rischio di contaminazione da microplastiche inizia ben prima che il prodotto arrivi sugli scaffali. Durante le lavorazioni industriali, gli alimenti vengono trattati utilizzando attrezzature composte in parte da materie plastiche. Il semplice attrito meccanico abrade inesorabilmente queste superfici, rilasciando frammenti microscopici nei tessuti alimentari. 

Il problema si amplifica in altri processi come lavaggi, miscelazioni e macinazioni che consumano rapidamente i macchinari. Persino i trattamenti termici, come pastorizzazione o cottura a vapore, rappresentano un forte fattore di rischio, con alte temperature e pressione che indeboliscono guarnizioni e sigilli dei macchinari utilizzati per le operazioni.

La seconda ondata di contaminazione avviene durante il confezionamento e la distribuzione. Il solo sfregamento tra il collo di una bottiglia in PET e il suo tappo, ad esempio, o il calore applicato dalle termosaldatrici per chiudere le pellicole, genera particelle plastiche che finiscono negli alimenti. A questo si aggiunge la contaminazione causata dal degrado degli imballaggi. Le vibrazioni continue dei camion durante il trasporto, gli sbalzi termici e i lunghi periodi di stoccaggio indeboliscono strutturalmente vaschette, rivestimenti protettivi e sacchetti. Anche l’esposizione al sole e ai raggi UV contribuisce al degrado dell’imballaggio, che finisce per rilasciare frammenti plastici nel nostro cibo.

Quali imballaggi rilasciano microplastiche?

Scendendo nel dettaglio dei materiali, le analisi confermano che quasi nessun imballaggio commerciale è del tutto esente dal rilascio di microplastiche. Tra i primi imputati figurano le comuni bottiglie d’acqua in PET e i relativi tappi il cui semplice e ripetuto gesto di svitare e riavvitare genera un attrito che disperde frammenti. Anche le pellicole flessibili e gli imballaggi termosaldati si rivelano vulnerabili: durante le operazioni di sigillatura a caldo questi polimeri si ammorbidiscono liberando particelle di plastica microscopiche che rimangono intrappolate nella confezione.

Il rischio esiste anche per i cibi d’asporto con confezioni composte da carta rivestita da materie plastiche, o per vaschette monouso in polistirolo espanso, usate ad esempio per carne e pesce, che tendono a degradarsi molto rapidamente quando entrano a stretto contatto con pietanze ad alte temperature o ricche di grassi. Il problema non risparmia nemmeno sacchetti flessibili e confezioni semi-rigide utilizzate per contenere alimenti come riso, legumi o spezie, che subiscono continue micro-fratture strutturali a causa dello sfregamento interno e delle vibrazioni durante il trasporto.

Come ridurre l’esposizione?

Secondo il recente report Pack to Plate stilato da Earth Action, ogni anno finirebbero nei nostri piatti oltre 1.000 tonnellate di micro e nanoplastiche derivanti esclusivamente dal degrado degli imballaggi. Sempre secondo il report, ogni consumatore medio finisce per ingerire ogni anno dai 130mg fino a 1g di microplastiche solo dagli imballaggi. L’ingestione di questi minuscoli frammenti di plastica sta sollevando crescenti preoccupazioni sulla salute umana, con potenziali rischi a lungo termine ancora sconosciuti. 

Come difendersi, allora? La prima linea d’azione è rimandata ai produttori, partendo dalla scelta di materiali pensati e progettati in condizioni realistiche di utilizzo, con esposizione a sbalzi di temperatura, esposizione al sole e manipolazione prolungata. 

Noi consumatori, nel nostro quotidiano invece possiamo adottare da subito alcuni accorgimenti per ridurre almeno parzialmente il problema. Regola d’oro è separare la plastica dal calore evitando di riscaldare i cibi nel microonde all’interno dei contenitori originali o in involucri d’asporto, trasferendoli invece in alternative inerti come vetro o ceramica. Allo stesso modo, è consigliato far raffreddare gli alimenti prima di riporli nelle vaschette in plastica o polistirolo, oltre a limitare al massimo il riutilizzo domestico di bottiglie e confezioni nate per il monouso il cui rapido degrado strutturale è la corsia preferenziale per la contaminazione da microplastiche.

Le informazioni contenute in questo articolo sono da intendersi a puro scopo informativo e divulgativo e non devono essere intese in alcun modo come diagnosi, prognosi o terapie da sostituirsi a quelle farmacologiche eventualmente in atto. In nessun caso sostituiscono la consulenza medica specialistica. L’autore ed il sito declinano ogni responsabilità.


denis venturi
Denis Venturi
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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.
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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.
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