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Lepre di montagna: il cambiamento climatico la minaccia

La lepre di montagna abita ormai diversi territori nel mondo. I mutamenti del clima, però, rendono la vita di quest’animale molto complicata.

La lepre di montagna è un animale affascinante. Le sue peculiarità sono molte ma il suo manto è la più vistosa. Il cambiamento climatico sta influendo pesantemente su questa specie e, purtroppo, un recente studio ha dimostrato che non sempre la natura riesce a rispondere in modo adeguato. La ricerca ha sollevato parecchi interrogativi e diverse preoccupazioni.

Lepre di montagna

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La lepre di montagna:

La lepre di montagna è originaria del Regno Unito ma abita vaste zone. La si può trovare ad elevate latitudini o in quota. In Italia, per esempio, è presente sull’arco Alpino. Anche nota come lepre variabile, è conosciuta soprattutto per le caratteristiche del suo manto. In estate si presenta, infatti, bruna. In inverno, invece, assume il colore della neve, eccezion fatta per la punta delle orecchie, per impedire ai predatori di individuarla.  Rispetto alla lepre comune, ha un corpo più piccolo e compatto. Le zampe posteriori, come le orecchie, sono più tozze, ricoperte da pelo più folto e consentono una migliore aderenza al terreno ghiacciato.


Lo studio:

Lepri di montagna e altri animali con la stessa peculiarità cromatica rispondono al cambiamento climatico modificando tempi e modalità di muta. Uno studio sulle Highlands in Scozia pubblicato in Proceedings of the Royal Society B mostra, però, ben altro. È stato rilevato che qui, rispetto al 1960, la neve ricopre il terreno in media per 37 giorni in meno all’anno. In autunno le prime nevicate si verificano con un ritardo di 4 giorni, mentre le ultime, in primavera, arrivano ormai con una settimana di anticipo. Nonostante questo la lepre di montagna della zona continua a cambiare il pelo a marzo e a ottobre, spiccando, quindi, a lungo, nell’ambiente in cui dovrebbe risultare invisibile.

Interrogativi e futuro:

La situazione della lepre di montagna scozzese è anomala. La staticità rilevata, infatti, non si spiega all’interno della logica evolutiva. Secondo Scott Mills, fra gli autori dello studio, il fatto che non tutti gli animali riescano ad adattarsi al cambiamento climatico è significativo. Il problema potrebbe essere la rapidità dei mutamenti, ma non è l’unica ipotesi. Per Scott Newe, del James Hutton Institute, potrebbe essere attribuibile alla mancanza della variabilità genetica necessaria. Sean Giery, altro membro del team, invece, considera determinante l’azione umana. I luoghi analizzati sono infatti zone di caccia sottoposte a interventi di controllo numerico dei predatori. L’incapacità di nascondersi non è più, allora, sinonimo di morte certa.

Gli animali vivono in stretta relazione con l’ambiente e la lepre di montagna ci ricorda quanto ogni variazione di questo possa essere determinante. Marketa Zimova, leader dello studio, ha sottolineato che per preservare la biodiversità dobbiamo capire come cambiamento climatico e azione umana interagiscono con la natura. Quelle che potrebbero apparire semplici curiosità scientifiche potrebbero presto tradursi in estinzioni. Per evitarlo comprendere è il primo passo.

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