Le poesie più belle sui temporali
I temporali sono parte integrante della stagione estiva e a essi hanno dedicato poesie i più svariati autori. Alcuni hanno insistito sull’inquietudine primordiale che lampi e tuoni sanno risvegliare. Altri si sono invece concentrati sull’aria di cambiamento che i fenomeni sono in grado di incarnare. Andiamo allora a scoprre insieme alcuni dei versi più suggestivi sull’argomento.

“Temporale” di Giovanni Pascoli
Un bubbolio lontano...
Rosseggia l'orizzonte,
come affocato, a mare;
nero di pece, a monte,
stracci di nubi chiare,
tra il nero un casolare,
un'ala di gabbiano.
“Temporale estivo” di Federigo Tozzi
Le nuvole grige e nere si urtano,
si pigiano spinte dal vento, nascondono
il sole, oscurano il cielo.
Ci son ancora, qua e là, lembi d’azzurro,
ma vanno facendosi sempre più piccoli,
sempre più radi.
Ecco un lampo: guizza, abbaglia,
sembra incendi il cielo.
Poi scoppia il tuono.
Un tonfo forte, un brontolio lungo.
I passeri si rifugiano
sotto i tegoli, le rondini volano basse,
senza stridi.
Cadono le prime gocce d’acqua, si fanno
fitte, sembrano grossi aghi lucenti.
Poi la pioggia scroscia impetuosa.
“Temporale” di Pablo Neruda
Tuona sopra i pini
La nube densa sgrana le sue uve,
cade l’acqua da tutto il cielo vago,
il vento scioglie la sua trasparenza,
si riempiono gli alberi di anelli,
di collane, di lacrime fuggenti.
Goccia a goccia l
a pioggia si raccoglie
ancora sulla terra.
Un solo tuono vola
sopra il mare e i pini,
un tuono opaco, oscuro,
un movimento sordo:
si trascinano
i mobili del cielo.
Di nube in nube cadono
i pianoforti delle altezze,
gli armadi celesti,
le sedie e i letti cristallini.
Tutto è trascinato dal vento.
“Temporale estivo” di Luigi Pirandello
I. (bróntola)
Ride bagnato, addosso a la montagna,
il borgo al temporal che or or si muta
altrove, in giú, verso l’ampia campagna,
col suo tendon di pioggia fitta e acuta;
rapido gli altri borghi vi guadagna
e a suo modo col tuon pria li saluta.
Qui odor di terra e l’acqua che ristagna
per rispecchiare il ciel donde e caduta.
Burbero un nuvolon brontola ancora,
dal temporal quassú lasciato indietro:
patir non sa che scomodato il vento
l’abbia per cosí poco: al suo scontento
sol però si commove ad ora
ad ora tra le bacchette mal commesso un vetro.
II (gràcida)
Ora gli alberi folti del viale
riversano, se l’aura un po’ li mova,
a scosse, crepitanti, giú la piova
che hanno accolta testé dal temporale.
E il tufo arsiccio immollano, dal quale,
se è ver qual sembra, una famiglia nova
di girini qua e là saltanti scova
a cui fu l’acqua spirito vitale.
E saprà d’acqua il gracidío sonoro,
allor che divenuti raganelle,
nel silenzio, al pio lume de le stelle,
su questi rami canteranno a coro,
e le udrà grato nelle algenti sere,
tornando al borgo alpestre, il carrettiere.
“Temporale” di Herman Hesse
S’ammala il sole, s’accuccia il monte,
carovane di nere nuvole
stanno in agguato di fronte,
in basso timidi uccelli volano,
in terra trascorrono grigie ombre.
Il tuono, lento dopo il fulmine,
passa con rombo pauroso.
Fitta, gelida la pioggia
s’abbatte in rovesci di scialbo argento,
scroscia in fiumi, scorre in rivoli,
con mal trattenuti singhiozzi.






