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Le fibre tessili sono sostenibili?

Per rispondere alla domanda se le fibre tessili sono sostenibili, prima di tutto bisogna capire di quali fibre parliamo.

Scopriamo insieme cosa si intende quando si legge le fibre tessili sono sostenibili e quanto questo impatti sulla vita del pianeta Quando si parla di fibre tessili, si parla di moda. E in questo campo a vincere è quasi sempre il fast fashion, che permette di avere capi sempre nuovi a basso costo. Il fast fashion, proprio per queste «qualità»,utilizza fibre tessili che non sempre sposano il vivere in modo ecologico e sostenibile.

Le fibre tessili sono sostenibili?

Fibre naturali, artificiali e sintetiche

Le fibre naturali, artificiali e sintetiche sono molto diverse tra di loro. Quando si parla di fibre naturali, si intendono le fibre che nascono da materiali presenti in natura. Ci sono le fibre di natura animale, come la lana, la seta, la pelle, oppure quelle di natura vegetale come il cotone, il lino e la canapa. Le fibre artificiali, vengono definite tali perché, nonostante nascano da prodotti naturali come la cellulosa o le proteine animali come il latte o vegetali come la soia, vengono poi rielaborate attraverso processi chimici che le rendono appunto fibre o fili. Infine ci sono le fibre sintetiche che si differenziano dalle prime due perché nascono direttamente dalla trasformazione di sostanze chimiche. Per questo motivo se si vuole davvero capire se le fibre tessili sono sostenibili, bisogna prima di tutto conoscere l’origine della fibra in questione. Senza ombra di dubbio si può affermare che le fibre tessili artificiali e sintetiche sono le meno sostenibili e rispettose dell’ambiente.


Fibre tessili e deforestazione

Quando sull’etichetta degli abiti leggiamo viscosa, rayon, lyocell, tencel, modal o cupro, significa che indossiamo abiti prodotti con fibre artificiali derivanti dal legno. Nello specifico, la cellulosa viene sottoposta a particolari processi chimici che restituiscono filati adatti a confezionare capi d’abbigliamento. Secondo quanto afferma Nicole Rycroft, fondatrice e direttrice di Canopy, c’è una stretta correlazione tra fibre tessili e deforestazione, poiché tali fibre provengono in gran parte dalla foresta pluviale, dal Canada, dall’Indonesia e dal polmone verde del mondo, l’Amazzonia. Si stima infatti che ogni anno 150 milioni di alberi vengono abbattuti per essere trasformati in fibre, mentre altri 3 miliardi diventano imballaggi. A questi vanno poi ad aggiungersi gli alberi secolari abbattuti per far spazio agli allevamenti di bestiame, indispensabili per fornire la pelle all’industria della moda.
Lo scopo di Canopy è quello di ideare soluzioni sostenibili per il pianeta e salvaguardare non solo le foreste ma anche la biodiversità.
Secondo Rycroft, per porre un freno a questa tendenza è importante andare a fondo e conoscere il processo produttivo dei marchi che siamo soliti vestire. Non sono pochi infatti quelli che hanno aderito al programma di Emmanuel Macron, il Fashion Pact, volto a ridurre il surriscaldamento globale con azioni concrete: Stella McCartney, da sempre indirizzata verso una moda “vegana”, Gucci, Chanel, Nike, Alexander McQueen, Prada, Hermès, Burberry, Gap, Zara e Nordstrom. Anche marchi di abbigliamento più “comune”, come H&M, Levi’s, North Face, Wrangler e Zara, si sono impegnati attivamente nella salvaguardia di foreste primarie.

Se quindi i brand più famosi si sono impegnati nella ricerca di fibre naturali sostenibili, siamo noi a dover fare il passo successivo, acquistando in modo intelligente e scegliendo capi duraturi, non da indossare un’unica stagione. In questo modo anche noi contribuiremo attivamente alla salvaguardia delle foreste vergini e dell’ecosistema.

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Dopo una Laurea in Ingegneria mi sono allontanata dai numeri e avvicinata a nuove forme di espressione, come la fotografia e la scrittura. Il mio blog, Il Cucchiaio Verde, racchiude entrambe le passioni e ha come filo conduttore uno stile di vita vegetariano.