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Il detersivo in capsule? Non è poi così biodegradabile

Comodo e semplice da usare il detersivo in capsule può diventare un problema per l’ambiente: non è infatti completamente biodegradabile

Al momento di accendere la lavatrice, poco batte la semplice comodità del detersivo in capsule. Invece che cimentarsi con misurini o fidarsi del proprio istinto, le capsule contengono già la quantità di detersivo ideale. Il liquido detergente inoltre è contenuto in un involucro di plastica solubile. Molte aziende affermano che l’involucro del detersivo in capsule è biodegradabile, ma non è sempre esattamente così. Alcuni ricercatori americani dell’Arizona State University hanno studiato perché.

detersivo in capsule biodegradabile

Perché il detersivo in capsule non è biodegradabile

Il detersivo in capsule è composto da un liquido detergente contenuto all’interno di un rivestimento di plastica solubile chiamato alcol polivinilico o PVA. Si tratta di un polimero sintetico già noto fin dai primi anni ’30 del secolo scorso. La sua caratteristica principale? È solubile in acqua e per questo motivo si rompe durante il ciclo di lavaggio, rilasciando il detersivo.

Diversi produttori affermano che il PVA, e di conseguenza il detersivo in capsule, è biodegradabile. Sebbene effettivamente può biodegradarsi, affinché questo avvenga completamente, sono necessarie condizioni altamente specifiche. In una situazione normale come quella del lavaggio e del successivo trattamento delle acque queste condizioni sono spesso disattese. Inoltre, a contatto con l’acqua, il PVA può rilasciare etilene, che è una sostanza chimica originata da combustibili fossili.

Cosa dice lo studio?

I ricercatori americani dell’Arizona State University hanno cercato di fare chiarezza e verificare quanto effettivamente il detersivo in capsule è biodegradabile. Il loro studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Environmental Research and Public Health. Dalla ricerca emerge come fino al 75% del PVA rilasciato nel sistema fognario degli Stati Uniti finisce per non essere filtrato e raccolto dal trattamento delle acque. La maggior parte del PVA, secondo i ricercatori americani, passa semplicemente attraverso l’impianto di trattamento.

Secondo Varun Kelkar che ha condotto la ricerca, molti produttori testano la biodegradabilità in ambienti specifici e studiati appositamente per la biodegradazione del PVA. Questo consente di superare i test, tuttavia nel trattamento reale delle acque reflue, non esistono le condizioni ottimali per il trattamento del polimero plastico. Negli Stati Uniti, secondo le stime, circa 8000 tonnellate all’anno di PVA non trattato finisco disperse nell’ambiente.

Non solo detersivo in capsule

Non si tratta solo del detersivo in capsule non esattamente biodegradabile a rappresentare un problema: il PVA è utilizzato in un’ampia varietà di prodotti come tessuti, carta, adesivi e vernici e ha anche applicazioni mediche e industriali. Il PVA, spiegano i ricercatori, può catturare metalli pesanti e filtrare nelle acque sotterranee o ancora influenzare gli ecosistemi acquatici. L’etilene, un sottoprodotto del PVA, è un ormone utilizzato dalle piante ma sugli effetti reali manca ancora una ricerca approfondita. Si tratta di un materiale dalle applicazioni certamente utili i cui effetti sull’ambiente e sulla salute umana non sono ancora chiari.

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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.