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La differenza tra olio extravergine di oliva e olio di sansa

Conoscere la differenza tra olio extravergine di oliva e olio di sansa può permettere di scegliere quello più adatto alle proprie esigenze.

L’olio d’oliva è uno degli ingredienti fondamentali della Dieta mediterranea, regime alimentare raccomandato da gran parte degli esperti in nutrizione. Sugli scaffali dei supermercati, tuttavia, ne esistono diverse tipologie di cui si ignora la differenza. Ad esempio, cosa cambia tra l’olio extravergine di oliva e l’olio di sansa di oliva? Conoscere le caratteristiche dei due prodotti, può permettere di scegliere quello più adatto all’uso che se ne deve fare in cucina, con i valori nutrizionali migliori per la propria dieta e anche di risparmiare qualche euro.

La differenza tra olio extravergine di oliva e olio di sansa
Foto: Juan Gomez @Unsplash

L’olio extravergine di oliva

Per capire la differenza tra olio extravergine di oliva e olio di sansa, partiamo spiegando cos’è il primo dei due prodotti. L’olio extravergine di oliva, il più famoso degli oli derivanti dalle olive, viene ricavato dalla spremitura dei frutti effettuata esclusivamente con processi meccanici, ovvero i frantoi. Il risultato finale deve essere privo di difetti organolettici e la sua acidità non può superare lo 0,8%. Gli oli d’oliva, infatti, si distinguono tra loro soprattutto per l’acidità, ovvero la percentuale di acidi grassi liberi espressi come acido oleico in 100 grammi di olio.

Oltre all’extravergine, sugli scaffali dei supermercati troviamo anche: l’olio vergine d’oliva, anch’esso ottenuto dalla spremitura delle olive fatta solamente con processi meccanici, che ha un’acidità è compresa tra lo 0,8% ed il 2% e può presentare qualche difetto, che però non incide su proprietà nutritive e salubrità; c’è poi l’olio d’oliva, olio di oliva raffinato unito a olio vergine o extravergine di oliva, la cui acidità non supera l’1%.

L’olio di sansa d’oliva

A questi si aggiunge l’olio di sansa di oliva. Per cogliere la differenza tra quest’ultimo e l’extravergine, occorre innanzitutto comprendere cos’è la sansa. Si tratta di un prodotto secondario che si ottiene dall’estrazione dell’olio dalle olive, una purea costituita da frammenti di nocciolino, sezioni di bucce e residui di polpa delle olive. Questo residuo contiene ancora una percentuale di olio, solitamente tra il 3% e il 6% del suo peso.

Una quantità che viene recuperata dai cosiddetti sansifici. Qui, con particolari processi di pressatura e centrifugazione, e soprattutto con l’impiego di solventi chimici come l’esano (tecnica vietata per l’extravergine), si ottiene l’olio di sansa di oliva grezzo. I solventi vengono poi separati dall’olio attraverso la distillazione. Solo dopo la raffinazione del grezzo, il prodotto diventa commestibile. Il processo di produzione è molto simile alla produzione dell’olio di semi.

La differenza tra extraversione e olio di sansa

Olio extravergine d’oliva e olio di sansa sono prodotti che derivano quindi da due diversi processi di produzione. Una seconda differenza riguarda l’acidità: il primo, come scritto, non può superare lo 0,8% per essere definito tale secondo i regolamenti; quello di sansa non supera l’1%. L’olio di sansa di oliva contiene una maggiore quantità di acido linoleico (tra il 9,5 e il 15,5%), grasso essenziale che favorisce la coagulazione del sangue e possiede proprietà antinfiammatorie e antiossidanti, appartenente al gruppo degli omega 6.

Pur difendendosi bene, l’olio di sansa di oliva è di qualche gradino inferiore per qualità all’extravergine d’oliva. Soprattutto a livello di gusto, olfatto e sul piano nutrizionale. Questa “inferiorità”, tuttavia, non lo rende un prodotto da evitare in quanto derivante da un residuo di lavorazione che alcuni potrebbero vedere come rifiuto. Anzi.

Pagando meno (il prezzo al supermercato è più basso), si può beneficiare di un olio buono e delicato, adatto a diversi usi in cucina: dalle fritture (grazie a un elevato punto di fumo) a preparazioni come pane, focacce, biscotti e taralli. Viene infine usato anche nell’industria della cosmesi e, in campo energetico, per la produzione di biomasse.

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