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Street Food: un’esigenza senza tempo e confini

Sarà anche tornato alla ribalta della cronaca mondana, ma il cibo di strada ha sempre fatto parte della nostra cultura

Perdersi in qualche vicoletto guidati dai profumi più disparati, svoltare un angolo e improvvisamente trovarsi di fronte una bancarella, semplice e frugale, dietro la quale fa capolino un indaffaratissimo individuo intento a miscelare, scottare, guarnire e farcire golosissimi manicaretti. Stiamo parlando della Roma dei primi imperatori? Di qualche stradina della Palermo odierna? O di Singapore, melting pot ribollente di culture asiatiche? In tutto il mondo, da quando esistono i primi agglomerati urbani, l’esigenza di un pasto veloce ci accomuna, che sia consumato nelle antiche tabernae che punteggiavano Pompei o davanti ai carretti sui marciapiedi di una brulicante New York.


La cucina degli imperi

Non è un caso che questo modo di alimentarsi sia caratterizzato dalla ‘strada’ e non da un semplice consumo all’aperto: è sulle vie battute delle città che le persone si incontrano, e assieme a loro le idee, le parole, le tradizioni. Per strada si respira cultura e profumo di pesce fritto, almeno se vi foste trovati presso i porti dell’antica Alessandria, o di minestra e altri cibi cotti tra i vicoli di Ercolano e Pompei.

Sono molte le tracce lasciate dalle prime forme di cibo di strada. In Occidente in particolare l’impero romano fu caratterizzato da molti esempi di quello che oggi viene definito street food, mentre è più difficile parlare delle sue origini in Asia. Lungo l’arco della storia europea il cibo di strada continuò ad essere un filo conduttore del ceto popolare urbano, seguendo silenziosamente passo passo l’evoluzione delle esigenze del ‘popolino’.

Un esempio su tutti quello dei ‘pâtés’ o ‘pâstés’, una sorta di pasticcio racchiuso in un impasto venduto a Parigi a garzoni e facchini, contenti di poter consumare un buon pasto direttamente con le mani, senza smettere di lavorare. Su quella linea le tavole europee conobbero lo sfarzo delle torte ripiene di ogni genere di prelibatezza, dal foie-gras ai piccioni, dando il nome alla categoria dei pasticceri e gettando le basi per quelle preparazioni farcite con interiora stufate, così tipiche nei pasti dei minatori inglesi dell’età industriale.

E qui si inizia ad intravedere un interessante paradosso: la cucina popolare tipica dello street food ha avuto, almeno nei secoli passati, una connotazione volgare, sicuramente non era l’alimentazione delle classi abbienti, mancava di un qualsivoglia valore; oggi invece viene trattata come baluardo della gastronomia del territorio, del prodotto genuino e tipico, della ricetta tradizionale.

Il lontano Oriente

Lazzaroni!

Straccioni della città, pigri per antonomasia, estremamente religiosi, una classe sociale a sé stante che brulicava per la Napoli del ‘700 rimanendo impressa nella mente dei ricchi visitatori europei che compivano il rituale giro del Vecchio Continente per concludere il periodo di formazione. Dopo aver racimolato qualche moneta, questi poveracci dall’inguaribile buon umore si recavano da uno dei tanti negozietti sulla strada dedicato ai maccheroni e si compravano un piatto di ‘vermicelli’ da calarsi in bocca direttamente con le mani. Voilà, i primi piatti di pasta ‘street food’ conditi con strutto e formaggio, quando ancora il pomodoro non era giunto dalle Americhe, ed ecco nascere il nomignolo di ‘mangiamaccheroni’, antesignano dello stereotipo italiano moderno.

Il lontano Oriente

Legno contro legno, a formare una ressa surreale in canali angusti, se ne stanno le sempan, sinuose imbarcazioni fluviali tailandesi, cariche di marci di ogni genere. Tra queste fanno capolino alcuni scafi carichi di derrate e pentoloni, dalle quali le donne dal tipico cappello ad ampia tesa servono gli avventori sulle sponde degli stretti corsi d’acqua. Nella città-stato di Singapore invece il cibo di strada diventa occasione di confronto tra diverse culture, come quella indiana, malese e cinese: le sue strade sono un brulichio di etnie e costumi variopinti, tendoni dai colori incandescenti e profumi agrodolci, templi buddhisti e centri commerciali. O ancora lo street food ‘estremo’ di certe regioni della Cina, dove turisti poco avvezzi alla cultura locale rimangono senza fiato nel vedere i passanti locali sgranocchiare spiedini di cavallucci marini ancora vivi e scorpioni fritti.

Fonti: Ilfood – Cibo360 – Wikipedia

REDAZIONE
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