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Quanto inquinano i Bitcoin?

I Bitcoin, la più diffusa criptovaluta al mondo, hanno un problema di fondo: inquinano troppo. Ecco perché e cosa possiamo fare per cambiare le cose.

Bitcoin: nel 2011 un singolo Bitcoin valeva 1 dollaro americano. Nel l’aprile 2021 il valore di un singolo Bitcoin aveva raggiunto i 65.000 dollari. Chi ha avuto la lungimiranza di investire in Bitcoin poco più di 11 anni fa oggi è milionario. Non sorprende quindi che sia in corso una vera e propria “caccia all’oro” virtuale. Come ogni caccia all’oro tuttavia anche quella ai Bitcoin porta al seguito un impatto ambientale. Nel caso della criptovaluta più famosa l’impatto ambientale è tale da rischiare di vanificare tutti gli sforzi fatti per abbandonare la dipendenza del pianeta dai combustibili fossili e trascinarlo nuovamente in rotta verso un aumento delle temperature di oltre 2°C entro il 2050. Ma perché e quanto inquinano i Bitcoin?

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Foto: Patty Malajak @Pixabay

Cosa sono i Bitcoin e perché inquinano

Per i meno tecnologici il concetto di Bitcoin può risultare ancora elusivo. La verità è che il nostro denaro sta diventando sempre più virtuale: tra i pagamenti con carta di credito o il semplice numero che indica la quantità di denaro sul nostro conto corrente. La validità del denaro stampato o coniato in modo “tradizionale”, nella sua forma solida e, per estensione, quella virtuale è generalmente garantito da un ente come la banca centrale di una nazione. Dietro al numero corrisponde in genere un pezzo di carta reale.

Nelle criptovalute come i Bitcoin, il valore è interamente virtuale. Dietro al numero corrisponde solamente un calcolo matematico unico. La validità del denaro interamente virtuale è garantita da un sistema diffuso di “libro mastri” chiamato “blockchain” di cui ogni attore sulla piazza condivide una copia. Quando avviene una transazione questa deve venire accettata e registrata su tutti i libri mastri per garantire la sicurezza ed evitare manipolazioni.

L’intero processo richiede una enorme quantità di energia elettrica per immagazzinare e trasferire i dati. L’attività di creazione dei Bitcoin detta “mining”, richiede la soluzione di un calcolo matematico. La potenza di calcolo necessaria per ottenerlo porta ad un consumo elevatissimo di energia. Gran parte del consumo inoltre è richiesta dall’attività di verifica di ogni singola transazione sul sistema di “libri mastri” virtuale. I Bitcoin utilizzano un sistema chiamato “proof-of-work” che richiede, ancora una volta, enorme potenza di calcolo e, di conseguenza, grande consumo energetico.

Quanto inquinano i Bitcoin?

Quanto inquinano i Bitcoin? Tanto. Troppo. Il processo per la generazione di un singolo Bitcoin può richiedere diverse migliaia di miliardi di tentativi. Ogni singola transazione di Bitcoin può arrivare a consumare fino a 707 kilowattora. I computer inoltre generano calore e quindi richiedono ulteriore energia per essere mantenuti al fresco con impianti di aria condizionata. È impossibile conoscere quanto inquina ogni singolo Bitcoin perché ogni computer funziona in modo differente e richiede diverse quantità di energia ma, secondo una stima dell’Università di Cambridge, il mining dei Bitcoin ha richiesto negli ultimi anni qualcosa come 121 terawatt all’anno: una quantità di energia pari ai consumi dell’intera Argentina. Ed è in aumento.

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Foto: Rebcenter @Pixabay

Rischio per il futuro

I “miner”, ovvero chi si dedica all’estrazione di Bitcoin, devono costantemente aumentare la propria potenza di calcolo per competere con gli altri. I ricavi inoltre stanno scendendo nel tempo e quindi per ogni nuovo Bitcoin è richiesto più consumo energetico. Secondo l’Università della Columbia, il consumo di energia da Bitcoin è cresciuto del 620% dal 2015. Solo il 39% dell’energia destinata alle criptovalute arriva da fonti rinnovabili. In diverse parti del mondo vecchie centrali a carbone stanno venendo rimesse in funzione solo per alimentare gigantesche “farm”: intere reti di computer destinate solo all’estrazione di Bitcoin.

A livello globale, il fatto che i Bitcoin inquinano così tanto ha serie ripercussioni sul cambiamento climatico e il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi. L’inquinamento da Bitcoin si traduce si è tradotto negli ultimi anni, secondo le stime, in circa 23 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, equivalenti alle emissioni di 2,6 miliardi di abitazioni ogni anno. Se il trend continuasse potrebbe seriamente compromettere gli sforzi destinati al contenimento dell’aumento delle temperature sotto i 2°C.

I Bitcoin inquinano: come evitare il peggio

Il panorama non è certo dei più incoraggianti, ma non tutto è perduto. Una presa di coscienza sta lentamente arrivando anche negli addetti del settore. Il CEO di Tesla, Elon Musk ad esempio, ha promosso la creazione del Bitcoin Mining Council per promuovere la trasparenza energetica del processo. Sul modello degli Accordi di Parigi, è nato il Crypto Climate Accord, con oltre 250 aziende del settore impegnate per rendere il sistema blockchain interamente alimentato da rinnovabili entro il 2025 e a emissioni zero entro il 2040. Ma l’apporto più sostanziale per quanto inquinano i Bitcoin potrebbe arrivare da un semplice cambio del “codice”. Nel 2022 la criptovaluta principale concorrente di Bitcoin, Ethereum ha ridotto il proprio consumo di energia del 99% passando da un sistema “proof-of-work” a uno “proof-of-stake”. Se anche Bitcoin dovesse adottare questo sistema, i principali rischi connessi all’inquinamento da criptovalute potrebbero venire, quantomeno, contenuti.

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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.