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Bitcoin: è possibile ridurre il consumo energetico del 99%

Un semplice cambio del codice potrebbe ridurre il consumo energetico dei Bitcoin del 99% secondo una campagna lanciata da associazioni ambientaliste.

Nel mondo, il “Bitcoin mining”, ovvero l’estrazione di Bitcoin attraverso complessi calcoli aritmetici, ad oggi consuma tanta energia quanto ne consuma una nazione europea di media grandezza. Presto, potrebbe consumarne quanta ne consuma il Giappone. Negli Stati Uniti diverse centrali a gas e a carbone dismesse stanno venendo riportate in vita per alimentare solamente strutture dedicate a gestire Bitcoin. La fame del mondo per le criptovalute potrebbe seriamente compromettere la transizione ecologica verso fonti di energia rinnovabili mantenendo in vita le più economiche fonti fossili. Ma un semplice cambio di come vengono gestite le transazioni in Bitcoin potrebbe ridurre il consumo energetico fino al 99% secondo una nuova campagna lanciata da alcune associazioni ambientaliste.

Bitcoin consumo energetico
Foto: Michael Wuensch @Pixabay

Ridurre il consumo energetico di Bitcoin: è possibile.

Greenpeace USA assieme a diversi altri gruppi dedicati alla tutela ambientale ha recentemente lanciato la campagna “Change the code. Not the climate”, cambiate il codice, non il clima. Secondo gli ambientalisti infatti un semplice cambio nel codice di come le transazioni in Bitcoin vengono confermate potrebbe ridurre il consumo energetico del 99%. Una cifra enorme che potrebbe praticamente azzerare la necessità di ridare vita a fonti di energia non rinnovabile soltanto per gestire criptovalute.

Cambiate il codice, non il clima.

Il modello secondo cui opera Bitcoin utilizza un metodo “proof-of-work” che richiede una enorme quantità di calcolo per convalidare le transazioni effettuate con la criptovaluta. Un altro sistema, il “proof-of-stake”, invece utilizza un algoritmo che semplifica la procedura, richiedendo meno calcoli e quindi riducendo la quantità di energia richiesta per gestire le operazioni. Un’altra criptovaluta concorrente a Bitcoin e la seconda più utilizzata al mondo, Ethereum, avrebbe già scelto di ridurre il proprio consumo energetico e passare al metodo “proof-of-stake”.

Un futuro più ecologico per le criptovalute.

Secondo quando riportato da Greenpeace USA, attualmente le operazioni in bitcoin utilizzano ogni anno tanta energia quanta ne utilizza la Grecia, la Svezia o l’Olanda. Ma al salire del valore della criptovaluta gli analisti sono certi che aumenterà anche il consumo di energia dei Bitcoin. Il rischio è che la diffusione globale delle criptovalute possa invalidare tutti gli sforzi di transizione ecologica e spingere il pianeta oltre la soglia dei 2°C di riscaldamento globale in una catastrofe annunciata. Già diverse criptovalute oggi hanno adottato dei codici a “basso impatto” ambientale. L’appello degli ambientalisti è che anche Bitcoin, la prima criptovaluta al mondo per volumi di scambio, possa fare altrettanto e ridurre drasticamente il proprio consumo energetico.

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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.