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Quali sono i Paesi Ldc e cosa chiedono per la crisi climatica

Sono gli Stati meno sviluppati e più vulnerabili. Vogliono soprattutto risarcimenti e aiuti dai Paesi ricchi, principali responsabili del climate change

C’è un gruppo di Paesi che subisce gli effetti dei cambiamenti climatici più pesantemente degli altri. Si tratta dei Ldc, i Least developed countries, vale a dire i Paesi meno sviluppati del pianeta. Per una serie di ragioni, in queste zone del mondo le conseguenze del riscaldamento globale sono una minaccia già attuale ed evidente: innalzamento dei mari, siccità, uragani e molto altro. Il punto è che questi effetti sono stati provocati dall’inquinamento prodotto per decenni dalla parte ricca del mondo. A questa ora i Paesi Ldc stanno chiedendo di assumersi le proprie responsabilità. Lo hanno fatto anche alla Cop26 di Glasgow con alcune richieste specifiche.

Gli Ldc sono i Paesi meno sviluppati e più vulnerabili. Vogliono soprattutto risarcimenti e aiuti dai Paesi ricchi, principali responsabili del climate change

Il blocco Ldc

A lungo, i Paesi meno sviluppati del mondo hanno sempre faticato a far sentire la propria voce a livello internazionale sul tema della crisi climatica. Questo perché si tratta di realtà minuscole e con scarsa rilevanza geopolitica, fattori che impedivano loro di ottenere attenzione e sostegno ai grandi vertici internazionali. Basti pensare a Stati insulari come Tuvalu o Kiribati. Qui, ad esempio, proprio per la posizione geografica e la conformazione territoriale problemi come l’innalzamento dei livelli degli oceani fanno molta più paura.

Per avere più potere negoziale agli appuntamenti come le Cop, è stata costituita un’organizzazione internazionale, l’Ldc Group on Climate Change. I membri in totale sono 46 e sono disseminati un po’ in tutte le aree del mondo, dal Sudest asiatico ai Caraibi passando per l’Africa e alle già citate realtà insulari del Pacifico. In questo modo, si presentano come un blocco unico e compatto per supportare le proprie istanze, senza richiedere l’appoggio delle grandi potenze. Alla Cop26 di Glasgow erano quattro i punti su cui si sono fatti sentire maggiormente. Le vittorie, tuttavia, sono state poche.

Loss and damage

I Paesi Ldc non sono caratterizzati solo da territori fragili, ma anche dall’incapacità di far fronte alle spese per riparare i danni delle calamità naturali e per prepararsi ad affrontare i disastri futuri. Nel primo caso siamo nel campo conosciuto come Loss and damage, letteralmente perdite e danni. Siccome i cambiamenti climatici sono stati innescati dall’inquinamento dai Paesi occidentali a partire dalla rivoluzione industriale, la parte meno sviluppata del mondo chiede ora a quei Paesi dei risarcimenti per le conseguenze che ha subito e continua a subire senza averne responsabilità. In altre parole, se un uragano ha devastato un territorio insulare del Pacifico, questo deve ricevere un sostegno economico adeguato dai Paesi più ricchi. Bell’accordo finale della Cop26 è stata inserita solo la promessa di instaurare dei “dialoghi” sul tema per i prossimi due anni. Con grande rammarico degli Ldc.

Finanza climatica

Oltre ai risarcimenti, i Paesi più deboli chiedono sostegno economico anche per prevenire i disastri del clima. È questo che si intende per finanza climatica: soldi per finanziare la transizione energetica e le opere di mitigazione e adattamento agli effetti della crisi. Nel 2009, i Paesi del G20 avevano deciso di istituire un fondo a favore dei Paesi in via di sviluppo in cui far confluire 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020. L’obiettivo, tuttavia, è stato mancato: ne sono stati versati in media solo 80 miliardi. Con il patto di Glasgow è stato deciso di raddoppiare questo impegno portandolo a 200 miliardi all’anno entro il 2025.

Emissioni zero e regole chiare

Una richiesta condivisa anche con altri Paesi esterni al blocco dei vulnerabili riguardava invece la data per raggiungere la neutralità carbonica. Prima della Cop26, l’anno cerchiato in rosso era il 2050. Sappiamo ora che non tutti si sono allineati per tagliare questo traguardo a metà del secolo: la Cina lo farà solo nel 2060, l’India addirittura nel 2070. L’ultimo punto nell’agenda degli Ldc era la definizione di regole specifiche su come applicare gli accordi presi negli anni passati. Un esempio è il sistema del mercato di carbonio previsto dall’articolo 6 dell’Accordo di Parigi per il quale sono stati definiti finalmente meccanismi più definiti. Meccanismi che però non soddisfano appieno i Paesi Ldc.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food