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Perché si mangiano i datteri a Natale?

Ci sono varie teorie che spiegano il motivo per il quale i datteri si consumano soprattutto durante le festività natalizie. Una è collegata alla tradizione.

Non solo panettoni e pandori. Nel periodo di Natale sugli scaffali dei supermercati compaiono in bella vista anche i datteri, dolcissimi frutti esotici con i quali molte persone amano chiudere i lauti pasti festivi che si susseguono dal 25 dicembre all’Epifania. E, puntualmente, ogni anno, dopo le eterne abbuffate a tavola, arriva la stessa domanda: ma perché i datteri si mangiano quasi esclusivamente a Natale? Sull’argomento esistono un paio di teorie.

Ci sono varie teorie che spiegano il motivo per il quale i datteri si mangiano soprattutto nel periodo di Natale

Da dove arrivano i datteri

Il dattero è un frutto che proviene dai Paesi dell’Africa del Nord e del Medio Oriente. In queste zone dal clima caldo crescono infatti le palme dai quali vengono raccolti. Il nome deriva dal greco daktilos, ovvero “dito”, un chiaro riferimento alla tipica forma del frutto. Altamente calorico, è sempre stato un alimento fondamentale per le diete delle popolazioni locali nell’antichità, soprattutto gli egizi.

Successivamente, grazie agli intensi scambi commerciali nel Mediterraneo alimentati da grandi navigatori come veneziani e arabi, i datteri vennero scoperti anche in Europa. Per la loro elevata dolcezze diventarono presto validi sostituti dello zucchero nei periodi in cui quest’ultimo prodotto era troppo costoso. Tutt’oggi i datteri vengono sfruttati in cucina per preparare dolci (ma anche ricette salate), come torte e biscotti, anche in versione light. Si possono trovare in due versioni, fresca o essiccata. La seconda è quella che compare più spesso sulle nostre tavole nel periodo natalizio.

Perché i datteri a Natale?

Sul motivo per il quale i datteri siano di norma consumati soprattutto a Natale esistono diverse versioni, un po’ vaghe a dire il vero. Una è legata alla tradizione cristiana e narra che, poco prima di partorire, Maria si avvicinò a una palma e vi si appoggiò per riposarsi, provata dai dolori derivanti dalla gravidanza. Dalla pianta caddero tre datteri, che le consentirono di recuperare le forze. Sarebbe per questa ragione che il frutto è stato associato alla natività nel corso del tempo.

In qualche modo, quindi, si parla di fertilità. E, tornando ai luoghi d’origine dattero, il tema ritorna. Gli antichi egizi vedevano infatti nella pianta la rappresentazione terrena del dio Min, dio della fertilità e virilità. Non a caso, è considerato un frutto afrodisiaco.

Allargando lo sguardo, la frutta secca in generale era molto apprezzata dagli antichi romani come dessert e pare che fosse considerata di buon auspicio, a tal punto che, in occasione di un matrimonio, si era soliti a spargere dei gherigli di noce sul pavimento della casa del futuro sposo. Essendo un alimento porta fortuna, con il passare del tempo si è radicata la tradizione nelle famiglie di regalare frutta secca proprio in occasione del Natale.

Buoni, ma calorici

Utili in cucina, afrodisiaci, porta fortuna. Ma anche molto buoni. Come si suol dire parlando di cose golose, un dattero tira l’altro. Bisogna, però, fare attenzione quando si inaugura un nuovo pacchetto. Questi frutti sono sì ricchi di vitamine, sali minerali e amminoacidi, ma pure molto calorici. Per questa ragione, è consigliabile limitarne il consumo. La dose raccomandata è di tre datteri disidratati a pasto.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food