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Microbi per imprigionare la CO2 nei terreni coltivati: l’idea di un’azienda australiana

Grazie a batteri e funghi il suolo sarebbe in grado di imprigionare grandi quantità di gas. Ma per i critici non sarebbe ancora una soluzione stabile

La soluzione per ripulire l’atmosfera dall’anidride carbonica potrebbe stare sotto i nostri piedi. Stiamo parlando del terreno che usiamo per l’agricoltura. Come? Sfruttando particolari comunità di microbi che vivono nel suolo e sarebbero capaci di trasformarlo in un’immensa spugna in grado di assorbire grandi quantità di CO2: si parla addirittura di un quarto delle emissioni annuali. Questo almeno è quello che afferma una nuova generazione di aziende di biotecnologie. Una su tutte, l’australiana Soil Carbon Co..

Imprigionare la CO2 nel suolo: come funziona

I ricercatori di questa realtà hanno sviluppato delle semenze per campi contenenti funghi e batteri studiati per offrire alle piante dei benefici. “Mano a mano che la pianta cresce – ha spiegato Guy Hudson, CEO  di Soil Carbon Co. a Forbes – emette degli zuccheri nel suolo che sono convertiti in anidride carbonica stabile nel suolo dai funghi”. Nel suolo si creano delle piccole palline di terreno, chiamati microaggregati, che impediscono al gas di essere rilasciato di nuovo in atmosfera.

La scelta consentirebbe di avere terreni più fertili, e quindi coltivazioni migliori. Aggiungere materia organica nel suolo grazie al compost migliora la sua qualità, aiuta a trattenere più acqua e nutrienti e permette di ottenere piante più sane e redditizie.

I risultati ottenuti

Parlando di contrasto all’inquinamento, i risultati sarebbero sorprendenti: “Il bilancio dei nostri studi mostra un incremento tra il 7 al 17 percento di CO2 imprigionata nel terreno nel giro di una stagione. Se il trattamento fosse applicato agli 1,8 miliardi di ettari che coltiviamo ogni anno, potremmo avere circa 8 gigatoni di anidride carbonica equivalente assorbita”, ha aggiunto Hudson. Una cifra che ammonterebbe a poco meno di un quarto dei 33 gigatoni rilasciati ogni anno a livello globale.

Le critiche

Per queste ragioni, l’entusiasmo verso la soluzione sta aumentando. Ci sono, tuttavia, anche delle voci critiche dalle quali arrivano dei dubbi sull’effettiva efficacia della tecnologia. Una delle principali critiche riguarda la stabilità e la resistenza alla decomposizione di queste “palline assorbi CO2” nel terreno. Un altro fattore d’incertezza è l’impatto sull’equilibrio della terra: “Il suolo contiene più CO2 di tutte le piante del mondo e dell’atmosfera messe insieme, quindi anche piccoli cambiamenti nell’equilibrio tra la sua formazione e la sua erosione possono avere effetti sul clima”, ha avvertito Bonnie Waring del Grantham Institute of Climate Change and Environment dell’Imperial College London. Infine, ci si chiede se questi microbi potrebbero adattarsi in maniera efficace alle diverse tipologie di terreni del mondo.

Una soluzione economica ma da perfezionare

I critici perciò invitano a concentrarsi sulle strategie più tradizionali per combattere il cambiamento climatico. In primis, proteggere gli ecosistemi  in grado di assorbire molta CO2 come foreste e praterie. Senza trascurare, però, la ricerca per migliorare queste biotecnologie che guardano all’agricoltura. Soluzioni che sarebbero di gran lunga più economiche: mentre la piantumazione di nuovi alberi costa un centinaio di dollari per tonnellata di CO2 equivalente catturata, il metodo di Carbon Soil Co. ne richiederebbe solo 20-50.

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