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La cucina del continente indiano

Una gastronomia composta da profumi tanto intensi quanto complessi, dove i protagonisti sono riso, frutta, verdura e ovviamente le spezie

Una potenza che si affaccia tra quelle più importanti del mondo, seconda per popolazione solo alla Cina ma sempre nel continente asiatico: l’India è il sub continente dove più di un miliardo di persone coesistono assieme a grossi problemi di malnutrizione e disuguaglianza, culla che ha visto la nascita dell’induismo, il buddhismo, il giainismo e il sikhismo, quattro importantissime religioni del mondo. Regioni e influenze si incrociano in uno degli stati più complessi dal punto di vista culturale, traducendosi dal punto di vista gastronomico in una tradizione ricca e variegata almeno quanto la disponibilità delle spezie.

Tutti attorno al Thali

La gastronomia di questa regione dell’Asia ha conosciuto un passato sfarzoso e abbondante, così lontano dai problemi di malnutrizione odierni che quasi si stenta a crederci: attorno all’Indo si vennero a creare i primi centri urbani, e con essi le prime opere di agricoltura estensiva. Così tra i diversi popoli si stabilì un fiorente traffico commerciale che permise la distribuzione di conoscenze e derrate, tra le quali spiccano riso e grano, ma anche legumi, frutti e spezie.

Un altro tassello fondamentale per la dieta indiana è la Ayurveda, ovvero la medicina tradizionale indiana, riconosciuta in Europa come medicina complementare.  Per capire a fondo la cucina indiana, al di là della sua storia e delle sue trasformazioni, sarebbe bene sedersi attorno ad un tavolo e gustare il thali, il tipico piatto unico indiano, perfetto riassunto della dieta di quella cultura. Storicamente viene servito su una grande foglia di banano, al cui centro si trova del riso o del pane in porzioni abbondanti, accompagnati da un contorno di verdure asciutte o in salsa e legumi, un po’ di chutney o dello yogurt.

Un popolo vegetariano

È risaputo che gli indiani siano un popolo prevalentemente vegetariano, la verità però è che solo la casta dei brahmani e gli appartenenti alla religione Jain seguono questa abitudine. D’altra parte bisogna considerare che un’ampia fetta della popolazione è di religione musulmana e questo comporta una certa avversione per la carne di maiale. Se hai primi due punti si aggiunge che per gli hindu i bovini sono animali sacri degni di venerazione, il cerchio degli animali presenti con una certa puntualità a tavola si restringe a pollo, agnello e pesce nelle regioni costiere.

Un popolo vegetariano

In molti locali del sud e nord-ovest dell’India, Mumbai compreso, segnalano già dall’insegna la natura vegetariana dei loro menu e una volta accomodati è ritenuto maleducato chiedere carne o bevande alcoliche. Una curiosità: i locali che indicano sulla propria insegna ‘military hotel’ servono molta carne e devono il proprio nome alla casta dei guerrieri, la principale fetta di popolazione dedita al consumo di carne.

In punta di dita

Un’altra peculiarità della cucina indiana è l’uso delle mani per consumare il cibo. O meglio, della mano, solo la destra, poiché la sinistra è tradizionalmente riservata alla pulizia delle parti intime. Detto questo, l’uso comune è di formare delle piccole palline di riso con la punta delle dita per poi intingerle nei vari condimenti, oppure di spezzare il pane in bocconi per poi raccogliere le parti solide del pasto. Ancora un’avvertenza: il concetto di jutha, ovvero il venire a contatto con la saliva, preclude una qualsiasi pietanza pescata dal vostro piatto o toccata dalla vostra mano dall’essere offerta ad un commensale indiano, per il quale il boccone è irricevibile.

Fonti: Taccuinistorici – Gioielliorientali – Cucinaindiana – Wikipedia

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