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Innovazione e tradizione si incontrano negli Orange Wine

Oltre il bianco e il rosso c'è l'arancione, un vino che nonostante stia tornando in auge solo ultimamente affonda le proprie radici nel passato.

Quando pensiamo al vino sono due le categorie cromatiche principali a cui corriamo subito con l’immaginazione: i bianchi e i rossi. Con qualche secondo in più a disposizione ci si ricorda anche dei rosati, se poi avete letto un nostro altro articolo sapete che ne esistono anche di blu. Ma se quest’ultimo colore è simbolo di innovazione e rottura con il passato, esiste un altro colore poco conosciuto dei vini la cui storia affonda nelle origini stesse di questa bevanda. Stiamo parlando dei vini arancioni, o orange wine per gli amici anglofoni, un tipo di vino che sta cominciando a far parlare di sé ma la cui tradizione è millenaria.


Agli albori del vino

Per quanto si possa sentire un forte odore di moda da questa nuova trovata del vino arancione in realtà i suoi metodi di lavorazione sono tutt’altro che innovativi. La peculiarità principale di questi vini è la loro sosta dilatata sulle proprie bucce d’origine, esclusivamente da uva bianca. Questa permette l’estrazione di profumi, aromi, sapori e colori che normalmente rimarrebbero con le fecce. Un’altra caratteristica, non comune però a tutti gli orange wine, è l’affinamento in anfora, come il georgiano rkatsiteli.

Orange Wine agli albori del vino

Spesso i volentieri i produttori di questo vino sono anche molto attenti ad utilizzare metodi agronomici il meno invasivi possibile, in modo da garantire la massima naturalezza del vino e un rispetto immancabile per la tradizione, fregiandosi anche dell’etichetta biologico. Il processo di macerazione delle bucce non ha una lunghezza predefinita per l’intera categoria, anzi, la sua durata può variare molto a seconda del produttore, da 15-20 giorni a diversi mesi.

Non un vino facile

Inutile illudersi, il vino arancione però non è per tutti. Le sue note caratteristiche si discostano molto dai classici pilastri dei bianchi come acidità, freschezza e fragranza, per lasciare spazio a note che ricordano volendo più un passito. Difficilmente il consumatore abituato a una beva tradizionale di bianchi e rossi, magari con certi parametri un po’ standardizzati dalle etichette principali, potrà gustarsi un bicchiere arancione senza storcere il naso.

Un esempio è quella assenza/presenza di tannino abbastanza caratteristica, che sta in bilico sulle note amarognole quando il sorso se n’è ormai andato dalla bocca. Un’altra variabile che non può essere sottovalutata è la temperatura di servizio. Ebbene sì, se pensavate di stappare una bottiglia senza dovervi preoccupare di averla lasciata in cantina o in terrazzo vi sbagliavate di grosso. Non si scherza con la temperatura del vino, soprattutto quando state per assaggiarne uno così particolare: se il servizio viene fatto quando ancora il vino è troppo freddo i suoi profumi non potranno sprigionarsi appieno, rimanendo molto più anonimo del dovuto.

Non un vino facile

Anche sugli accostamenti questo vino lascia molti dubbi, le sue note profumate non sono facili da accostare, anche in base alle uve di partenza ovviamente. Si parte dalle note di fumo quasi anticipate dalle sfumature ambrate del vino, per proseguire sugli aromi fruttati, alcuni si spingono a riconoscere il frutto amaricato del litchi, fino ad ad arrivare al miele, o ancora quei profumi che potremmo definire come ‘antichi’, soprattutto per quelli maturati in anfora.

Il bello dei territori enogastronomici poco esplorati come questo sta nel fatto che le regole rimangono ancora in buona parte da scrivere, nulla vieta di essere spericolati negli accostamenti e spregiudicati nell’impiego, chissà cosa potrebbe venire fuori.

Fonti: independent.co.uk – ediblecommunities.com – storienogastronomiche.it – aisitalia.it

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