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Il futuro della carne in laboratorio tra dubbi e speranze

La carne in laboratorio sembra la speranza per chi non riesce a rinunciare ai prodotti animali ma vuole aiutare l’ambiente. Eppure il futuro di questo prodotto non così chiaro.

Quando si parla di carne in laboratorio è ancora difficile pensare non si tratti di fantascienza, eppure sono circa 40 realtà ad occuparsi di questo tipo di prodotto. In pochi sanno che tra i primi teorizzatori della carne artificiale ci fu addirittura Winston Churchill, che ne predisse l’arrivo in un suo saggio, ma un brevetto in merito fu rilasciato solo nel 1999. Nel frattempo gli scienziati sono fermi su una questione frustrante: trovare il modo di produrne in grande quantità, in maniera economica.

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I limiti della carne in laboratorio

Il primo test vero e proprio della carne prodotta in laboratorio è stato fatto nel 2013, con Mark Post, uno scienziato tedesco, che fece provare ad alcuni critici gastronomici il primo hamburger prodotto con questa tecnologia. Il progetto costò 325.000 dollari e, secondo i presenti, non aveva nemmeno un buon sapore. Quel momento però fu fondamentale per questa tecnologia, che cercava di emergere da oltre una decina d’anni: passò da esperimento a prodotto. O almeno questo speravano gli scienziati.

Ad oggi esistono oltre 40 compagnie globali che si interessano alla carne in laboratorio, compresi giganti del settore come Tyson e Cargill, ma nessuno è ancora riuscito a mettere a punto un sistema per produrre questo alimento in una quantità sufficiente ad abbattere i costi. Nel frattempo, a sentire gli esperti del settore, anche coinvolti direttamente, l’arrivo della carne in laboratorio sul mercato sembra imminente, nonostante manchino dei fatti concreti da cui iniziare a valutare.

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Il problema è semplice: la teoria c’è, i fondi anche, ma manca la tecnologia per trasformare tutto questo da sogno a realtà. Inoltre i bioreattori in grado di produrre, dopo processi complessi, la carne in laboratorio, dovrebbero essere prodotti in plastica: 15.000 cisterne di questo tipo, ognuna con una capacità di 10.000 litri, non basterebbe a coprire un decimo di un decimo della carne prodotta oggi annualmente. E in più questi contenitori andrebbero prodotti da zero, usando tonnellate di plastica.

A peggiorare ulteriormente la situazione ci pensano gli «ingredienti» necessari per produrre la carne in laboratorio: attualmente si parte da un «medium di crescita», che ovviamente ha provenienza animale, che può essere, per esempio sangue di manzo. Il problema è che, per far sì che le cellule crescano a un buon ritmo, è necessario continuare ad aggiungere questo ingrediente, di fatto rendendo comunque necessaria la presenza di un animale. Le speranze non mancano per il futuro della carne in laboratorio, ma occorre un grande salto tecnologico perché possa prendere una forma concreta.

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Matteo Buonanno Seves
Un giovane laureato in Scienze Gastronomiche con la passione per il giornalismo e il mai noioso mondo del cibo, perennemente impegnato nel tentativo di schivare le solite ricette e recensioni in favore di qualcosa di più originale.