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Cosa mangiavano i pirati? Alla scoperta della cucina a bordo dei galeoni

La vita del bucaniere non era solo una questione di tesori e abbordaggi, ma di problemi concreti da risolvere. Dimentichiamo il freddo e partiamo per il Mar dei Caraibi per scoprire cosa mangiavano i pirati.

Cosa mangiavano i pirati? Da sempre la loro figura è circondata da un’aura di leggenda e attrazione. Basti pensare al recente successo della fortunata saga dei Pirati dei Caraibi e del suo protagonista Jack Sparrow, tra maledizioni, avventure e viaggi negli oceani. E attorno a questa figura libera e sovversiva è quindi sorta una costellazione di falsi miti: dalla benda sull’occhio al rum. In tutto ciò, rimangono alcuni interrogativi su come effettivamente si nutrissero i bucanieri.


Cosa mangiavano i pirati Alla scoperta della gastronomia a bordo dei galeoni

Bucanieri per sopravvivere

In linea generale la vita sulle imbarcazioni era la medesima per tutti i vascelli dell’epoca della pirateria del Mar dei Caraibi del XVII e del XVIII secolo che noi tutti abbiamo ben presente: lunghe traversate e disordini alimentari. La deperibilità degli alimenti portò i pirati a specializzarsi nella produzione di vivande a lunga conservazione, come carni essiccate o trattate, indispensabili per i viaggi in mare.

Pirati barbicoa

Questo metodo sarebbe stato insegnato loro dagli Arawak, tribù di Santo Domingo. L’essicazione si otteneva attraverso delle graticole di sottili strisce di legno, denominate barbicoa – da cui deriva l’attuale termine barbecue – all’interno di una capanna, chiamata boucan: da questo ne derivò il nome di «bucanieri». Il termine fu poi utilizzato, una volta che i coloni inglesi occuparono la Giamaica, per indicare i pirati ribelli che navigavano nei porti e nei mari caraibici. Il termine bucaniere quindi, come sinonimo di pirata, diventò in seguito noto al livello universale con l’uscita del libro di Alexandre Exquemelin The Bucaniers of America nel 1684.

La cucina pirata

La gastronomia di bordo, era priva di verdura e frutta, così come di carni fresche, formaggi e tutto ciò che poteva rapidamente deperire dopo qualche giorno di navigazione. Anche l’immagazzinaggio delle derrate secche nella chiglia non garantiva la conservazione di questa, a causa delle infiltrazioni dell’acqua salmastra e del beccheggio dell’imbarcazione. Frequente invece era l’impiego di erbe e spezie aromatiche quali curry in polvere, zafferano peyi, il pepe bianco e nero, il cumino e tutte le varietà di peperoncini per coprire il sapore degli alimenti spesso avariati.

Pirati fogon

A bordo non vi era un vero e proprio cuoco, in quanto l’intera ciurma era impegnata tutto il giorno nello svolgimento di altre mansioni da svolgere. D’altra parte il fuoco a bordo non era ben visto, per l’elevato rischio di incendi. Così si utilizzava il fogon, una specie di cassettone metallico per contenere le fiamme affinché non surriscaldassero il legno, la pece, il cordame, teloni o altri materiali infiammabili di cui era piena l’imbarcazione. Questo sistema era comunque utilizzato solo quando le condizioni atmosferiche lo consentivano.

Beviamoci su!

Altro elemento canonico del pirata perfetto è ovviamente l’alcol. Bevande come il rum, tequila o brandy erano un gradito bottino per i pirati durante i loro abbordaggi, in quanto merce all’epoca ritenuta preziosa e capace di sopperire agli effetti di un’alimentazione abbastanza scadente. Lo spirito d’avventura tipico dei pirati ha permesso loro di scoprire in anticipo gli effetti positivi di alcune bevande. Tra queste vi è l’angostura, il liquore dei missionari presenti nelle foreste boliviane fin dal XVIII secolo, impiegato in seguito come rimedio medicinale contro le febbri tropicali.

Pirati angostura

Sui vascelli pirata inoltre si diffuse una particolare bevanda annacquata, che in moltissimi casi della cultura di massa – dai film ai libri – viene citata senza farci troppo caso. Si chiama grog: il nome fu affibbiato dai marinai che presero spunto dal nomignolo del suo inventore, l’ammiraglio Edward – Old Grog – Vernon, chiamato così per via del cappotto di grogrè – in inglese grogram – che indossava.

Pirati grog

L’invenzione del grog fu una soluzione alla mancanza dell’acqua dolce durante le traversate, diventando una tradizione vera e propria a bordo delle navi pirata. Non era possibile desalinizzare e quindi bere l’acqua di mare. Inoltre quella contenuta nei barili a bordo diventava subito stagnante, sviluppando rapidamente alghe e assumendo una consistenza limacciosa. Così quella caricata dalla terraferma veniva corretta con birra o vino per renderla un poco più apprezzabile al palato oltre a che limitare la diffusione di batteri. Esistono numerose varianti di preparazione: in linea di massima si faceva bollire l’acqua e si aggiungevano una parte di rum, zucchero e limone o lime.

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Studente di Giornalismo, la mia passione è tutto ciò che riguarda il mondo dell'intrattenimento: cinema, fumetti, serie tv, videogiochi. Alla ricerca di cose nuove e stimolanti che possano essere condivise con chi nutre le mie stesse passioni.