Ambiente

Con il Covid sono finite in mare 26mila tonnellate di mascherine e guanti

All’origine del problema, sistemi di smaltimento poco efficienti, soprattutto negli ospedali. A trasportare i rifiuti negli oceani sono i grandi fiumi

A causa dell’emergenza Covid-19, finora è finita nei mari e negli oceani una quantità di plastica monouso equivalente a più di 2mila autobus a due piani. Poco meno di 26mila tonnellate di rifiuti. È lo sconvolgente bilancio tracciato da uno studio condotto da alcuni ricercatori cinesi, pubblicato sulla rivista scientifica PNAS. Si tratta dalla plastica con cui sono realizzati tutti i dispositivi di protezione individuale utilizzati per difendersi dal virus: mascherine, visiere, guanti, ma anche i materiali dei test per diagnosticare l’infezione. Il fenomeno ora rischia di creare seri pericoli alla fauna marina.

Con l'emergenza Covid-19 sono finite in mare 26mila tonnellate di mascherine e guanti

Il problema

All’origine del problema ci sono sistemi di smaltimento dei rifiuti plastici inefficienti. Se già prima della pandemia faticavano a gestire il processo in maniera corretta, con l’esplosione della crisi sanitaria questi circuiti sono andati in tilt. La ricerca stima che, dall’inizio dell’emergenza globale, siano state prodotte 8,4 milioni di tonnellate di rifiuti i plastica in 193 Paesi. “La pandemia di Covid-19 – hanno spiegato Yiming Peng e Peipei Wu della Nanjing University, autori dello studio – ha portato a un incremento della domanda di plastica monouso che sta intensificando la pressione su un problema già fuori controllo a livello globale”.

I principali responsabili di questo inquinamento non sono le persone maleducate che gettano la mascherina per terra, come si potrebbe pensare. La maggior parte delle colpe va agli ospedali, responsabili dell’87,4 percento di questo eccesso di rifiuti. È qui che i dispositivi monouso non sono gestiti in maniera virtuosa. I numeri della ricerca indicano invece che l’uso individuale di strumenti protezione contribuisce solo al 7,6 percento della dispersione, seguito dal materiale del packaging (4,7%) e dai kit per i test (0,3%).

Da dove arriva la plastica

Ma come ci arrivano mascherine e guanti negli oceani? I vettori sono i grandi fiumi. Sono 369 i corsi d’acqua maggiormente responsabili. La maglia nera va allo Shatt al-Arab, nel sud-est dell’Iraq, con una quota di 5.200 tonnellate di dispositivi di protezione individuale fatti confluire nelle acque del golfo Persico. Seguono l’Indo che, dalle sorgenti del Tibet occidentale, ha trasportato 4mila tonnellate di rifiuti, e il cinese Yangtze con le sue 3.700 tonnellate. In Europa il record negativo spetta al Danubio (1.700 tonnellate). Circa il 73 percento dei rifiuti è arrivato dai fiumi dell’Asia, mentre a quelli europei è imputabile una quota dell’11 percento.

L’allarme dei ricercatori

Ora è il destino di questa mostruosa mole di plastica a preoccupare. “Abbiamo scoperto che i rifiuti collegati alla pandemia hanno un impatto a lunga durata sull’oceano – hanno aggiunto i ricercatori –. Il nostro modello indica che alla fine del secolo quasi tutti i rifiuti plastici finiranno sui fondali marini (28,8% del totale) o sulle spiagge (70,5%)”. Il rischio è che gli animali degli oceani vengano sempre più soffocati da questi dispositivi monouso. “La plastica dispersa può essere trasportata su lunghe distanze – hanno fatto presente –, entrare in contatto con la fauna marina e potenzialmente ferire o uccidere”.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food