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Che cos’è l’apicultura urbana, la pratica che riporta le api in città

L'apicoltura urbana si pratica solo in aree urbanizzate o metropolitane ed è una strategia per risolvere il problema della scomparsa delle api e non solo.

La città è diventata ormai un luogo in cui le api sono a loro agio. Berlino, New York, Parigi, Londra e anche Milano: negli ultimi anni il fenomeno dell’allevamento di questi impollinatori in città, ovvero dell’apicoltura urbana, è aumentato così tanto da diventare una moda. Se per molti è un fattore positivo per il territorio, e in generale per l’ambiente, per alcuni ricercatori l’aumento incontrollato può portare a un rischio ribattezzato bee-washing.

Apicoltura urbana
Foto: Topp-digital-Foto @pixabay

Le origini dell’apicoltura urbana

La nascita dell’apicoltura ha origini nel fenomeno della fuga degli sciami d’api dalle campagne alla città. Alcuni ricercatori hanno individuato tra le cause l’uso dei pesticidi nei campi, che ha ben compromesso l’habitat naturale delle api. La creazione di arnie e apiari nelle grandi città ha però anche la funzione di analizzare la biodiversità del territorio e monitorare la qualità dell’aria grazie alla pelliccia dell’animale, facendo lo screening dell’alveare o esaminando il miele.

Il primo progetto in Italia di apicultura urbana nasce a Torino nel 1905, grazie al lavoro di don Giacomo Angeleri. Già dai primi anni del Novecento la pratica viene insegnata, praticata e sperimentata fino ad arrivare al 2018, quando è stato redatto un vero e proprio manifesto unico nel suo genere:

“Apicoltura urbana non è un semplice settore della zootecnia, ma un movimento culturale: una costellazione di temi e interessi […] Sufficientemente staccata dalla necessità di fare reddito può realizzare una forma avanzata di rispetto del benessere animale. Legata alla città, che è il centro della comunicazione, può sfociare in forme d’arte, coinvolgere scuole e bambini a scoprire in città ritmi ed espressioni della vita naturale, promuovere la produzione locale di cibo, servire a misurare la qualità dell’ambiente attraverso le api.”

L’idea di fondo del manifesto è in primis quella di tutelare e rispettare il benessere dell’animale, lasciando in secondo piano la produzione del miele. Come in Giappone l’apicoltura urbana viene vista come uno strumento di educazione, adatto anche a sensibilizzare, includere e migliorare la vita in città.

Il rischio del bee-washing

Negli ultimi tempi, alcuni studi hanno sostenuto che le città hanno bisogno di limitare la proliferazione delle api urbane e calcolare il numero di alveari in base alla quantità di spazio verde disponibile. Questa è solo una delle questioni che porta a credere l’apicoltura urbana come una tendenza tutt’altro che positiva, alla quale si aggiunge il bee-washing.

Nata per soddisfare l’iniziativa di piccole realtà, questa pratica è diventata ormai un vero e proprio business. E non di piccole dimensioni. Il bee-washing è un termine coniato per la prima volta dai ricercatori della York University di Toronto, in Canada, e serve per indicare il modo in cui le aziende inducono i consumatori ad acquistare prodotto o ad abbonarsi a servizi con la scusa di aiutare le api. Questo viene utilizzato per scopi di marketing e per migliorare l’immagine pubblica delle aziende: per questo è importante prestare attenzione ora che il fenomeno è così esteso.

Riguardo al futuro, l’Unione Europea ha avviato la strategia di biodiversità con la nuova agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile. L’idea è quella di monitorare lo stato di conservazione degli insetti impollinatori. È bene ricordarsi che al centro ci sono le api, la responsabilità sociale e l’educazione nonché la speranza di un pianeta migliore.

Cristina Morgese
Dopo aver conseguito la Laurea in Storia dell'arte e il Master in Management Museale, lavoro freelance come giornalista, copywriter e content creator. Non credo a confini già delineati, per questo mi piace oltrepassarli e trovare i fili nascosti che legano discipline diverse tra loro.