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In Amazzonia è morto l’“indigeno della buca”, l’uomo più solitario del mondo

Il Brasile è in lutto per la morte dell’indigeno della buca, l’uomo che, vivendo isolato negli ultimi 26 anni, era diventato il simbolo di un genocidio.

Negli scorsi giorni è stato ritrovato in Brasile il cadavere di un uomo tanto misterioso quanto noto: quello dell’“indigeno della buca”. L’uomo viveva completamente solo in Amazzonia da 26 anni, sfuggendo a ogni tipo di contatto dopo lo sterminio della sua tribù. Mentre manca poco alla Giornata Mondiale d’azione per l’Amazzonia del 5 settembre, questa morte appare ancora più simbolica.

indigeno della buca
Foto: Mladen Borisov @Unsplash

Chi era l’indigeno della buca?

L’indigeno della buca deve il suo nome all’abitudine di scavare fosse nel terreno, per catturare animali o per accedere a zone nascoste. L’uomo era l’ultimo sopravvissuto di una tribù che si muoveva nella riserva dei Tanaru, nello stato di Rondônia, al confine tra Brasile e Bolivia. Lo sterminio della sua gente era iniziato nel 1970, quando gli allevatori avevano guidato ripetuti attacchi per impossessarsi di nuovi territori. Gli ultimi membri del gruppo sono stati, invece, eliminati a metà anni 90 dai minatori illegali. In quegli stessi anni la Fundação Nacional do Índio ha trovato tracce della presenza dell’indigeno solitario. La sua esistenza è stata documentata in un video diffuso nel 2018, in cui le immagini mostrano un uomo di spalle intento a tagliare un albero con una specie di ascia.

L’uomo più solo del mondo

L’indigeno della buca ha vissuto per 26 anni in totale solitudine. Egli ha respinto ogni tentativo di avvicinamento scavando trappole e tirando frecce agli “intrusi”. Autorità e studiosi hanno cercato nel tempo di attirarlo con oggetti e cibo. Egli, però, probabilmente memore degli avvelenamenti condotti dagli allevatori con simili strategie, ha rifiutato ogni approccio. Il suo cadavere è stato ritrovato in avanzato stato di decomposizione, su un’amaca fuori da una capanna di legno, adornato con piume che fanno presumere che l’indigeno attendesse la morte. Sul corpo non sono stati trovati segni di violenza. Si presume che l’uomo avesse circa 60 anni. Nella sua vita si era dedicato tanto alla caccia, quanto alla coltivazione di mais, manioca, banane e papaya. Il suo nome, la lingua e la cultura restano del tutto ignote.

Un simbolo

La morte dell’indigeno della buca rappresenta molto più che un fatto di cronaca. Survival International ha sottolineato che egli era l’ultimo membro di una tribù sterminata, non scomparsa. Flora Watson, dallo stesso movimento, ha ribadito che si è trattato dello “sterminio deliberato di un intero popolo condotto da allevatori affamati di terre”, e quindi di un genocidio. A oggi la Costituzione brasiliana concede agli indigeni il diritto alla propria terra, a patto che dimostrino di averla abitata prima del 1998. Spesso le questioni rimangono controverse e si risolvono con stragi. La salita al potere di Bolsonaro ha aggravato ulteriormente il quadro. Egli ha dichiarato guerra alle tribù e le invasioni nelle terre degli indigeni sono salite dalle 109 del 2018 alle 305 di oggi.

La morte dell’indigeno della buca riporta sotto i riflettori un dramma, che spesso rimane sullo sfondo. A oggi in Amazzonia vivono, secondo le stime, tra le 235 e le 300 tribù, di cui 30 abitano il cuore della foresta e rimangono pressoché sconosciute. La deforestazione raggiunge ogni anno numeri record e il futuro non lascia ben sperare.

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Laureata in Filosofia, credo fermamente che ogni sfaccettatura del sapere umano meriti di essere inseguita. Amo la lettura, gli animali e la natura e penso che solo continuando a farsi domande sia possibile mantenere uno sguardo vigile sul mondo.