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Pesce indesiderato: i divieti non rendono la pesca più sostenibile

Per una pesca sostenibile la diffusa pratica di gettare il pesce indesiderato in mare deve essere fermata. Purtroppo i divieti non sembrano bastare.

L’abbondanza di catture accidentali e la prassi di rigettare il pesce indesiderato fuori bordo minano da anni la sostenibilità della pesca. L’UE ha ritenuto necessario imporre dei divieti, ma, secondo un recente report, le conseguenze non sono quelle sperate. Il panorama resta complesso e, per quanto non manchino riscontri positivi, degli aggiustamenti sono necessari.

Pesce indesiderato

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Un divieto necessario:

La questione del pesce indesiderato è ben nota all’interno del mondo della pesca. Nelle reti dei pescatori, infatti, oltre ai pesci cercati finiscono spesso anche diverse altre specie. Queste, dette catture accessorie o accidentali, non hanno alcun valore commerciale. Fino a qualche anno fa la prassi era quella di ributtare il pesce indesiderato in mare. Questo permetteva ai pescatori di liberare spazio all’interno delle stive, ma il tasso di mortalità era altissimo. L’UE ha varato una legge che vietasse questa pratica, divenuta effettiva nel 2015. La legge impone di rigettare in mare, invece, i pesci più piccoli, anche se spesso non possono né sopravvivere né riprodursi.


Conseguenze inaspettate:

Lisa Borges, biologa della pesca, ha dimostrato che i divieti sul pesce indesiderato sono stati controproducenti. Le compagnie, infatti, hanno preferito impegnarsi per ottenere quote di pesca maggiori, piuttosto che investire su strumenti in grado di ridurre le catture accidentali. La Borges ha analizzato l’andamento delle quote concesse dal 2015. Si sono rivelate in media del 36% superiori ai valori consigliati dagli scienziati, mentre in precedenza lo erano “solo” del 30%. Nel 2019 e nel 2020 l’eccedenza è arrivata al 43 e al 50%. Per le compagnie impegnate nella pesca a strascico, prime responsabili di pesca eccessiva, le quote sono state al di sopra delle raccomandazioni del 60%.

Un panorama complesso:

Limitare la cattura, e la conseguente reintroduzione in mare, del pesce indesiderato si sta rivelando complicato. In alcuni ambiti, riferibili a specie monitorabili, come le aringhe e i tonni, le autorità rispettano le norme e la pesca risulta più sostenibile. Per le specie su cui mancano dati scientifici completi, purtroppo, il discorso è ben diverso. A creare problemi sono soprattutto le eccezioni ammesse e, quindi, i controlli. La legge prevede che il 5% del pescato possa essere rigettato in mare, se la cattura di pesce indesiderato è difficile da evitare. Diventa allora arduo per chi esegue i controlli rilevare infrazioni. La proposta della Borges e di altri attivisti è, dunque, di posizionare telecamere a bordo delle navi.

La questione del pesce indesiderato rimane attuale. I mari, culla di biodiversità e ricchezza, devono essere difesi. Dei semplici divieti categorici non risultano sufficienti e l’economia sembra surclassare il resto. Per accorgerci delle conseguenze delle nostre azioni serviranno probabilmente anni. Quando accadrà, tuttavia, non potremo che notare che senza un ambiente da cui attingere, sarà proprio il guadagno il primo elemento a cui dire addio.

REDAZIONE
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