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Mascherine protettive create con la macchina per lo zucchero filato

In Giappone il classico apparecchio per il dolciume rosa è stato usato per riciclare la plastica e creare dispositivi di protezione altamente filtranti

Mascherina” non è solo una delle parole dell’anno, ma anche una delle nuove minacce per l’ambiente. Lo scorretto smaltimento di questi dispositivi sta causando l’inquinamento di qualsiasi ecosistema a ritmi. Composti di plastica, sono particolarmente insidiosi per gli animali e impiegheranno tantissimi anni a decomporsi. Senza contare che per il materiale sintetico vergine è necessario il petrolio. Una soluzione per limitare parte del problema sarebbe quella di riciclare la plastica già disponibile. In Giappone è stato fatto con successo grazie una tecnologia che non c’entra nulla con il prodotto finale: la macchina per lo zucchero filato.

Macchina zucchero filato mascherine

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L’upcycling della plastica

Avete capito bene: l’apparecchio che si trova praticamente in tutte le fiere e i lunapark è stato utilizzato per produrre mascherine anti-coronavirus dall’alta capacità filtrante. È l’interessante trovata di Mahes Bandi, studente laureato in fisica all’Istituto di Scienze di Okinawa. Bandi ha scoperto il modo per sfruttare il metodo di filatura per trasformare rifiuti di plastica disponibili in abbondanza, come borsette o bottiglie di acqua, in maglie di tessuto caricate elettricamente, proprio come quelle delle mascherine filtranti N95 disponibili in commercio. In altre parole, ha trasformato la macchina dello zucchero a velo in un impianto per l’upcycling della plastica, ovvero per la trasformazione di un rifiuto in un nuovo prodotto


La macchina truccata

L’ex studente ha descritto il suo metodo in un articolo pubblicato sul giornale Proceedings of the Royal Society A: Mathematical, Physical and Engineering Sciences. Dopo aver truccato il macchinario, ha inserito la plastica al suo interno, l’ha scaldata con il classico movimento ondulatorio della mano e poi l’ha appiattita tra due lastre di vetro. Infine, i pezzi di plastica caricata elettricamente sono stati lasciati su uno ionizzatore d’aria per 10 minuti per “migliorare le caratteristiche della carica elettrostatica del tessuto”.

Per testare le loro qualità filtranti, i pezzi ottenuti da questa particolare lavorazione sono stati posizionati all’interno di una normale mascherina chirurgica e di una mascherina N95 stampata in 3D. I risultati più soddisfacenti sono arrivati dal secondo esperimento grazie a una migliore aderenza al viso di chi indossava il dispositivo. Le proprietà filtranti delle particelle respirate sono del 95 percento.

Un esperimento per il futuro

Il processo di produzione, seppur bizzarro, è più accessibile e addirittura più semplificato di quello sfruttato a livello industriale. Non è chiaro, tuttavia, se riuscirà a essere declinato su larga scala in futuro. La soluzione, tuttavia, rimane una buona base per studiare metodi di produzione più rapidi delle mascherine, in modo tale da non farsi trovare nuovamente impreparati come all’inizio della pandemia da Covid-19. “La speranza è che questo sforzo sia di aiuto alle comunità per proteggersi in occasione di altre pandemie come questa”, ha scritto Bandi nel suo articolo.

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