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Lo smart working è più sostenibile?

In questo momento di emergenza ci domandiamo se lo smart working sia più sostenibile, ma la risposta non è così scontata.

Ridurre le emissioni di energia sembra essere la soluzione più sensata per migliorare l’ambiente e il pianeta. Quindi quando si pensa se lo smart working sia sostenibile si ragiona sull’impatto ambientale che ogni giorno i lavoratori di tutto il mondo comportano con gli spostamenti delle loro auto e le energie del riscaldamento e degli impianti dei grandi edifici. Lo smart working, quindi, dovrebbe essere il modo più sostenibile di dedicarsi a un mestiere.

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La gestione dell’energia negli edifici e nelle singole case

I vantaggi dello smart working sembrano essere palesi: non consumo benzina e di conseguenza non inquino per andare a lavorare e non necessito che il mio ufficio venga riscaldato. Ottime osservazioni, ma non sempre corrette; infatti lavorare da casa, soprattutto in inverno, necessita comunque che le case dei singoli lavoratori vengano scaldate, esattamente come gli uffici e le energie utilizzate per ogni singola casa sono maggiori rispetto a un unico edificio. Non solo, nelle grandi città molti lavoratori utilizzano i trasporti pubblici per recarsi a lavoro, mezzi che impattano meno a livello ambientale. Si può quindi concludere, che lo smart working è più sostenibile solo in determinate città, regioni o paesi, perché la gestione dell’energia negli uffici e nelle singole case è molto diverso per clima e abitudini. Secondo una ricerca di WSP UK, una società di consulenza specializzata in ingegneria a Londra, ha dimostrato come lo smart working nel Regno Unito sia decisamente più sostenibile in estate, momento specifico in cui non si necessita di riscaldare gli ambienti di lavoro e soprattutto non si necessita neanche dell’aria condizionata, altro elemento che fa spostare, e non di poco, la stanghetta di emissioni di energia.

In molti paesi infatti, l’uso dell’aria condizionata in estate è pari a quello del riscaldamento in inverno, con la differenza che l’aria condizionata consuma generalmente più energia rispetto al riscaldamento. Ma la sostenibilità dello smart working ha anche un’altra variabile da tenere in considerazione, l’origine dell’elettricità. Kenneth Gillingham, professore associato di Economia ambientale ed energetica presso la Yale School of Forestry and Environmental Studies, ha sottolineato come in molti parti del mondo l’energia utilizzata provenga da fonti differenti, alcune decisamente più sostenibili di altre. Pone attenzione su due esempi: in Islanda si utilizza energia geotermica pulita per alimentare edifici e abitazioni; alcune regioni degli Stati Uniti utilizzano l’energia idroelettrica rispetto all’energia del carbone, molto più impattante a livello ambientale.


Esiste un futuro per uno smart working sostenibile?

Sono molte le aziende che stanno pensando a stabilire lo smart working come soluzione sostenibile, ma per farlo concretamente c’è bisogno letteralmente di ridisegnare il mondo della lavoro sulle persone che lavorano. Questo significa organizzare il lavoro dove a tutti i dipendenti, contemporaneamente, viene data la possibilità di fare smart working, così da chiudere gli uffici e risparmiare energia, e chiedere ai singoli lavoratori lo sforzo di organizzare e investire sulla propria infrastruttura rendendola a basse emissioni. Symons di WSP afferma che in una visioni quasi illusoria, ogni lavoratore dovrebbe scaldare solo la stanza in cui lavora, lasciando il resto della casa «al buio».

Quindi alla domanda se davvero lo smart working sia più sostenibile c’è solo una risposta: dipende. Sicuramente, in un futuro, pensare a un nuovo modo di lavorare può essere un buon inizio per una presa di coscienza sulla responsabilità ambientale.

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Giornalista pubblicista, attratta dalla natura e dal benessere, una persona dinamica e motivata da una costante voglia di conoscere il mondo che la circonda. Laureata in Relazioni Pubbliche e Pubblicità, con uno spiccato interesse per la moda, lo yoga e la buona cucina.