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Isola di Palmyra: l’ecosistema devastato dai ratti ora recuperato

L’isola di Palmyra, un tempo paradiso tropicale, è stata devastata dai ratti neri. Gli scienziati hanno lavorato per anni, ma ora l’atollo sembra salvo.

L’isola di Palmyra è un atollo nell’Oceano Pacifico ed è sempre stata considerata un paradiso. Nell’atollo sono stati accidentalmente introdotti i ratti neri, che, insieme alle palme da cocco, hanno devastato l’ecosistema dell’isola fino a renderlo irriconoscibile. Gli sforzi degli scienziati, coordinati da The Nature Conservancy, ente no-profit che gestisce l’isola di Palmyra, hanno portato a un grande recupero.

Isola Palmyra

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I ratti neri sull’isola di Palmyra:

La devastazione dell’atollo è stata causata dall’uomo. Durante la Seconda Guerra Mondiale lo stanziamento di marinai statunitensi ha portato sull’isola di Palmyra anche ospiti clandestini: i ratti neri. Grazie al clima caldo e umido sono stati in grado di moltiplicarsi. Alla fine del secolo l’ecosistema era mutato. Mentre i roditori banchettavano con gli alberi autoctoni, si sono diffuse anche le palme da cocco. Le isole rappresentano solo il 5% della superficie terrestre, ma ospitano il 19% degli uccelli del pianeta e il 17% delle piante da fiore. Con la loro presenza i ratti hanno devastato tutto questo.


La distruzione dell’ecosistema:

Sull’isola di Palmyra i roditori si sono nutriti dei granchi locali e hanno divorato le uova degli uccelli marini. Questi, già restii a nidificare sulle palme, hanno abbandonato l’atollo. Casey Benkwitt, biologo della Lancaster University, afferma che perdere gli uccelli marini significa perdere i nutrienti. Gli uccelli marini vanno a caccia in mare aperto. Tornati al nido fertilizzano il terreno e le acque con il guano ricco di fosforo e azoto. I ratti, invece, non introducono nessun nutriente esterno. A risentirne sono anche le barriere coralline. Uno studio sul loro sbiancamento ha rivelato che vicino alle isole prive di ratti la proliferazione dell’alga corallina fa in modo che la barriera corallina stressata possa essere rimpiazzata.

Il recupero:

Per liberare l’atollo gli esperti sapevano di dover eliminare ogni singolo ratto. Secondo James Russell della University of Auckland una sola femmina di ratto incinta in 3,9 km2 può portare a una nuova colonizzazione in meno di due anni. La derattizzazione è stata affidata a Araceli Samaniego del Landcare Research. Secondo lei il 90% del lavoro si svolge in fase preliminare, in modo che non ci siano sorprese al momento dell’azione. La preparazione è durata anni, ma nel 2011 i ratti sono stati eliminati dall’isola di Palmyra. In seguito la vegetazione è tornata rigogliosa. Ora gli scienziati lavorano per riportare nell’atollo le specie di uccelli marini ancora assenti.

Alex Wegmann di The Nature Conservancy afferma che dalla storia dell’isola di Palmyra possiamo trarre due insegnamenti. In primo luogo ci mostra che la natura sa essere resiliente. Secondariamente ci ricorda che impiegare le proprie capacità per rimediare ai danni da noi causati è uno dei doveri dell’umanità. Mettendosi al servizio della natura l’uomo può salvare il pianeta e se stesso. Non dobbiamo dimenticarlo.

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