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I problemi della moda nel tracciare le sue materie prime

Il Fashion Revolution’s annual Transparency Index 2020 evidenzia che manca ancora trasparenza sull'approvvigionamento delle risorse da parte delle aziende.

Il settore dell’abbigliamento ha una nuova urgenza: tracciare meglio la provenienza delle sue materie prime per tutelare il pianeta. Se negli ultimi anni questo comparto è finito nel mirino più che altro per le sue logiche produttive, fonti di inquinamento e sfruttamento della manodopera, le aziende della moda ora sono chiamate a prestare maggiore attenzione anche sul primo passo della loro filiera, quello delle risorse.

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Il problema di trasparenza sui fornitori

A sottolinearlo è l’ultimo Fashion Revolution’s annual Transparency Index, report che ogni anno valuta il grado di trasparenza della filiera produttiva della moda attraverso dei sondaggi sottoposti a 40 grandi aziende internazionali del settore. Il bilancio dice che il comparto in generale sta facendo grandi progressi nel rendere pubbliche informazioni sulle proprie pratiche. Una tendenza che va di pari passo con la maggiore attenzione alla sostenibilità. Tuttavia, questa trasparenza sparisce negli anelli della catena che non hanno il logo delle società. Ovvero quelli dell’approvvigionamento delle materie prime.


L’impatto sulle emissioni

La produzione delle fibre e materiali che diventano i nostri vestiti è uno dei passaggi che pesa di più sull’impronta ecologica del settore moda insieme agli acquisti dei consumatori. Lo sfruttamento intensivo del suolo è il principale responsabile: cuoio e viscosa alimentano la deforestazione di alcuni importanti ecosistemi, in primo luogo l’Amazzonia; al cotone è riconducibile l’uso del 16 per cento degli insetticidi a livello globale e le coltivazioni hanno un profondo impatto sulla biodiversità nei terreni e sugli habitat naturali, così come le produzioni di lana e cashmere.

Perché allora le aziende non agiscono? Innanzitutto per i pesanti investimenti che dovrebbero effettuare per sostenere i fornitori nella transizione verso un modello più sostenibile. Alcuni brand stanno facendo dei tentativi, ad esempio utilizzando solo viscosa proveniente da foreste non protette o materiali riciclati, ma si tratta di episodi isolati o produzioni su piccola scala. Un cambiamento coraggioso potrà esserci solo con una domanda più consistente di capi sostenibili.

L’esempio di Eileen Fisher

Gli esempi virtuosi arrivano dai piccoli brand, quelli non considerati dal Fashion Revolution’s annual Transparency Index. Come Eileen Fisher, marchio americano di moda femminile. L’azienda punta a lavorare solo con aziende che adottano un’agricoltura rigenerativa per rifornirsi di lana, ovvero realtà che tutelano fertilità del suolo. In questo modo si favorisce l’aumento della biodiversità che lo abita e le sue capacità di immagazzinare le emissioni di anidride carbonica anziché produrle, come fa il più diffuso modello intensivo. Nel 2019, Eileen Fisher ha ottenuto il 47 per cento della sua lana in questo modo. Il programma prevede di ridurre le emissioni tra le 20mila e le 30mila tonnellate all’anno. Ma non è l’unica via per ottenere più sostenibilità nella moda. Un’alternativa al costruire una nuova rete di fornitori come Eileen Fischer è chiedere ai propri fornitori di cambiare approccio e produrre fibre in modo organico o rigenerativo.

Per quanto riguarda la trasparenza non sempre le aziende si rifiutano di dare informazioni sulle forniture per nascondere pratiche scorrette. A volte non le hanno proprio in mano perché le filiere sono lunghe e complicate da monitorare. “Non hanno fatto questo lavoro perché fino ad ora il faro non è ancora stato puntato su di loro costringendole a guardare in basso lungo la filiera – spiega Sarah Ditty, direttrice della global policy di Fashion Revolution, una delle realtà che elabora il Transparency Index – Ma penso che ci sia anche un pizzico di ‘beata ignoranza’ in questo atteggiamento”.

REDAZIONE
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