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Cos’è il bostrico, la minaccia che stanno affrontando le foreste colpite da Vaia

Gli alberi sopravvissuti alla tempesta del 2018 nel Nordest rischiano di morire. Colpa di un insetto, responsabile di una vera e propria epidemia.

Si dice che dopo la tempesta torna sempre il sereno. Nel caso delle foreste del Nordest italiano e, in generale, delle zone montane di quest’area non è così. Dopo Vaia e i milioni di alberi abbattuti dalle sue raffiche di vento, negli ultimi tre anni è arrivata una nuova minaccia a mettere a rischio il patrimonio forestale superstite: il bostrico, un insetto che si nutre delle piante danneggiate e deboli, ma che ora sta attaccando anche quelle rimaste in piedi e in buona salute aggravando il disastro di tre anni fa.

Gli alberi sopravvissuti alla tempesta Vaia del 2018 nel Nordest rischiano di morire. Colpa del bostrico, un insetto responsabile di una vera e propria epidemia

I danni della tempesta Vaia

Quella del bostrico è un’emergenza esplosa mesi dopo la distruzione di Vaia. La tempesta che il 29 ottobre 2018 ha colpito un’ampia porzione di territorio montano compreso tra la Lombardia e il Friuli Venezia Giulia, passando per Veneto e Trentino Alto Adige, ha lasciato a terra 45mila ettari di foreste alpine. Responsabile di questo disastro fu il vento di scirocco che, dal Mediterraneo surriscaldato dai cambiamenti climatici, venne incanalato verso il Nordest d’Italia. Qui soffiò con raffiche che toccarono picchi di velocità di 217 km/h, spezzando e abbattendo 8,7 milioni di metri cubi di alberi. Per lo più abeti rossi, la specie dominante.

Il bostrico

Ed è la specie preferita dal bostrico, non a caso detto bostrico dell’abete rosso. Si tratta di un coleottero autoctono degli ecosistemi italiani che si riproduce scavando gallerie sotto la corteccia degli alberi deboli e fragili (per la creazione di questi labirinti è conosciuto anche come “bostrico tipografo”), dove le sue larve possono nutrirsi dei tessuti legnosi. Qui, però, scorrono i vasi conduttori che trasportano la linfa, fondamentale per il nutrimento della pianta. Essa in questo modo si secca dopo aver perso aghi e corteccia e, lentamente, muore.

Una situazione straordinaria

In un contesto normale, quella del bostrico è una funzione ecologica utile: elimina gli alberi più debilitati, di solito quelli abbattuti dalla tempeste (detti, nel gergo degli operatori forestali, “schianti”) o spezzati, lasciando spazio alle nuove generazioni. Quella creata da Vaia, tuttavia, è una situazione del tutto straordinaria: le raffiche di scirocco hanno lasciato nelle foreste una sovrabbondanza di legno, terreno fertilissimo per la riproduzione del parassita.

Il problema è che quando gli alberi morti e danneggiati iniziano a deperirsi troppo, la popolazione dell’insetto è ancora alta e quindi si sposta sulle piante sane. Così, la parte di foresta che si era salvata, inizia a morire. Ed è quello che sta capitando nel Nordest, dove gli alberi verdi brillanti gradualmente diventano rossi, formando delle macchie sui versanti dei monti. Il fenomeno si è intensificato per via delle ultime estati sempre più calde e poco piovose con conseguente allungamento delle stagioni vegetative del coleottero. Da una situazione di equilibrio si è passati così a un’epidemia di bostrico.

Si stima che entro cinque anni i metri cubi di legname colpito dall’insetto, e dunque inutilizzabile o di scarso valore, supereranno la quota abbattuta da Vaia. Oltre a un danno economico per la filiera del legno pari a circa 350 milioni di euro, all’orizzonte si intravede un gigantesco danno ambientale: le foreste morte rilasceranno 11 milioni di tonnellate di anidride carbonica, pari a quelle emesse in media in un anno da 5 milioni di automobili; il tutto senza contare quella che non sarà sequestrata dagli alberi.

Soluzioni non semplici

Contrastare questo insetto per impedirgli di infierire sul patrimonio forestale locale non è semplice proprio per la straordinarietà della situazione. Si stanno percorrendo più vie. Nel breve termine, per affrontare l’emergenza, si sta cercando di isolare i focolai di quest’epidemia rimuovendo dal bosco non solo gli alberi secchi e già perduti, ma anche quelli ancora verdi nelle vicinanze infestati dall’insetto. Un’azione necessaria per bloccare lo sviluppo delle larve. Nella lunga lista delle operazioni da portare avanti nel lungo periodo, c’è invece la creazione di una struttura dei boschi pluristratificata, cioè formata da alberi di diverse età, specie e funzioni in modo tale da rispondere sia alle epidemie, sia alla crisi climatica. Solo così sarà più alta la speranza di riportare il sereno nelle foreste del Triveneto.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food