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Clima: “già superato il punto di non ritorno”. L’allarme di un nuovo studio

Anche se fermassimo subito le emissioni di gas serra la temperatura salirebbe di 2,3 C° entro il 2070. Nel 2500 i mari si innalzerebbero di 3 metri

La battaglia per fermare il cambiamento climatico sarebbe già persa. O almeno è quanto affermano due ricercatori norvegesi del BI Norwegian Business School in uno studio dai toni allarmanti pubblicato su Scientific Reports. Il riassunto è questo: se anche fermassimo subito tutte le emissioni di gas serra, sarebbe già troppo tardi per stoppare l’aumento delle temperature e le sue drammatiche conseguenze sugli equilibri del pianeta.

Ricerca norvegese cambiamento climatico

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Il permafrost si scioglie

Ad esempio, il permafrost, il terreno permanentemente ghiacciato delle regioni fredde come la Siberia, continuerebbe a scongelarsi. Con l’effetto che rilascerebbe a sua volta in atmosfera i gas serra che contiene alimentando il processo di surriscaldamento globale. “Secondo i nostri modelli – ha dichiarato Jorgen Randers all’AFP, professore di strategia climatica e coordinatore della ricerca – l’umanità è oltre il punto di non ritorno per quanto riguarda il blocco dello scioglimento del permafrost attraverso l’abbattimento delle emissioni. Se vogliamo fermarlo dovremmo fare qualcosa in più, ad esempio risucchiare la CO2 e immagazzinarla sottoterra per rendere l’atmosfera più limpida”.


Gli scenari individuati

I ricercatori hanno cercato di predire la situazione che potremmo avere nel 2500. Per farlo hanno usato il modello climatico denominato ESCIMO, impostando due scenari ipotetici distinti: lo stop immediato alle emissioni e il loro graduale azzeramento entro il 2100. Nel primo caso la temperatura salirebbe di 2,3 C° al di sopra dei livelli del periodo preindustriale entro i prossimi 50 anni, si fermerebbe e poi riprenderebbe a innalzarsi ancora nel 2150; con questa tendenza entro il 2500 toccherebbe i +3 C° e il livello dei mari crescerebbe di quasi tre metri. Nel secondo scenario, temperatura e livello dei mari arriverebbero allo stesso livello, ma la prima si innalzerebbe molto più velocemente dell’evoluzione precedente.

All’origine di questo rapido sconvolgimento, ci sono tre fattori naturali del surriscaldamento globale ormai conosciuti:

  • lo scioglimento dei poli e dei ghiacciai con la conseguente perdita dell’effetto riflettente-equilibrante contro il calore del sole che sarà sempre più assorbito dagli oceani anziché dalle loro superfici chiare;
  • lo scongelamento del permafrost che comporterà il rilascio di ulteriori grandi quantità di gas serra;
  • l’incremento dell’umidità atmosferica, fattore che alimenterà ancora di più la crescita delle temperature.

Secondo quanto riportato dalla ricerca, l’unico modo per arrestare il cambiamento climatico sarebbe stato quello di bandire i combustibili fossili tra il 1960 e il 1970. Ora, per ottenere lo stesso risultato, bisognerebbe rimuovere almeno 33 gigatoni di CO2 all’anno a partire da questo.

“Rappresentazione non credibile”

Dunque, d’ora in poi ogni sforzo per “aggiustare” il  clima sarà fatto invano? No, non è così. Altri esperti della materia invitano a prendere con cautela questa preoccupante ricerca.  Il modello impiegato, infatti, non è quello a cui si affidano organismi importanti come l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) e non riproduce correttamente i sistemi di circolazione atmosferica e oceanica. “Il modello utilizzato non è una rappresentazione credibile del sistema climatico reale – ha detto Richard Betts, responsabile della ricerca sugli impatti climatici dell’Università di Exeter –. Secondo noi è contraddetto da modelli climatici più consolidati e ampiamente valutati”.

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