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Chiedere un «deca» rallenta la chiusura del buco nell’ozono

Tutta colpa di un composto chimico impiegato per estrarre la caffeina dal caffè durante la lavorazione, ma sapete come funziona?

Chiedere un caffè decaffeinato al bar avrebbe portato per anni a rallentare la chiusura nel buco dell’ozono. È quanto emerge da una ricerca pubblicata sulla rivista Nature che ha approfondito come il diclorometano, una sostanza a lungo utilizzata nella lavorazione di the e caffè proprio per dissolvere la caffeina, abbia contribuito a ritardare la chiusura nel buco dello strato di ozono.

Chiedere un deca rallenta la chiusura del buco nell’ozono

Il principio: cos’è l’ozono

L’ozono è un gas composto da tre atomi di ossigeno che contribuisce a proteggere il pianeta assorbendo parte della radiazione ultravioletta emessa dal sole. Negli anni ’80 fu scoperto che l’utilizzo indiscriminato di clorofluorocarburi (i cosiddetti, CFC) stava generando un buco nello strato protettivo di ozono. Con il Protocollo di Montreal nel 1987 la maggioranza dei governi del mondo adottarono misure restrittive nei confronti della produzione di CFC, ma, a quanto pare, il diclorometano è in qualche modo sfuggito al bando.

Il buco nell'ozono

Il professor Ryan Hossaini dell’Università di Lancaster City e autore della ricerca, spiega come il Diclorometano non rientri nella lista dei gas vietati dal Protocollo di Montreal perché: «A differenza degli altri CFC ha una vita media molto breve e per questo ha eluso le regolamentazioni di Montreal».

Il diclorometano e il «deca»

Il diclorometano è un composto chimico creato dall’uomo. È stato utilizzato largamente per la lavorazione di alimenti e il suo utilizzo oggi avviene principalmente in prodotti per la casa, detergenti e bombolette spray. L’estrazione con dicloromentano è considerata il metodo classico di estrazione della caffeina dal caffè e quella che consente di mantenere il più possibile l’aroma originale dei chicchi.

Polvere di caffè

Molto in uso negli anni ’70 e ’80 è oggi affiancata da decaffeinizzazione ad acqua, CO2, e altri metodi senza solventi chimici, anche in seguito a riserve emerse sulla possibile tossicità del composto. Il gas è tuttavia certamente nocivo per l’ambiente perché nel suo processo di scomposizione in alta atmosfera, coinvolge, distruggendole, le molecole di ozono contribuendo così al ritardo nella chiusura del buco.

Dal 2000 in poi sempre peggio

Secondo il dott. Stephen Montzka, co-autore dello studio e membro del National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense, le concentrazioni di diclorometano: “Erano diminuite stabilmente verso la fine degli anni ’90 ma dai primi del 2000 sono tornate a crescere quasi raddoppiando in diversi punti attorno al globo”. Ha aggiunto inoltre che l’aumento dell’utilizzo della sostanza potrebbe essere dovuto con probabilità al divieto di utilizzo dei CFC e alla ricerca da parte dei produttori di una sostanza alternativa.

Proprio la mancanza di regolamentazione e il basso livello di attenzione attorno al composto rende tuttavia difficile prevedere l’impatto futuro del diclorometano sull’ambiente. Secondo le proiezioni dei ricercatori sull’attuale trend di crescita d’utilizzo potrebbe comportare un ritardo di oltre 30 anni sugli effetti benefici del bando dei CFC.

fonti: nature.com – dailymail.co.uk – theaustralian.com – demus.it – ilcaffeespressoitaliano.com – leggo.it

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Laureato in Scienze Politiche e Comunicazione Pubblica, ha lavorato in radio e nel tempo libero si dedica alla scrittura creativa. Da sempre appassionato di cultura, scienza e tecnologia è costantemente a caccia di nuove curiosità in grado di cambiare il mondo in cui viviamo.