Acque di mari e oceani, così possono assorbire più CO2
Le acque di mari e oceani sono alleate imprescindibili per la lotta al cambiamento climatico. La chiave è la loro capacità di assorbire CO2 dall’atmosfera e ora la scienza sembra pronta a dimostrare che su questa variabile l’umanità può intervenire. Un esperimento condotto dalla Woods Hole Oceanographic Institution ha agito sulla chimica degli ambienti considerati e ha ottenuto risultati interessanti.

Acque di mari e oceani: tutto dipende dalla composizione
Le acque di mari e oceani assorbono CO2 dall’atmosfera e, così facendo, contrastano la corsa del cambiamento climatico. Tali ecosistemi vantano un Ph leggermente basico che permette alla vita di proliferare. L’anidride carbonica che entra al loro interno, aggiungendosi ai 38.000 miliardi di tonnellate di carbonio già presenti, finisce per interagire con gli altri elementi e per formare acido carbonico, innescando un processo di acidificazione.
Acque più acide si dimostrano però meno in grado di assorbire CO2. Gli scienziati hanno quindi provato a favorire un’alcalinizzazione artificiale di mari e oceani pe contrastare il circolo vizioso. Per farlo hanno sfruttato l’idrossido di sodio, rilasciandolo in modo controllato in mare.
L’esperimento sulle acque di mari e oceani
I ricercatori dalla Woods Hole Oceanographic Institution hanno condotto un esperimento sull’alcalinizzazione delle acque di mari e oceani nel Golfo del Maine, a 80 chilometri dalla costa del Massachusetts. Il team ha pompato in mare 65.000 litri di soluzione a base di idrossido di sodio, tracciandola grazie a un colorante rosso che ha permesso di monitorarne la dispersione grazie a veicoli subacquei dotati di sensori.
Nel giro di pochi giorni il Ph delle acque è salito da 7.9 a 8.3 e queste sono arrivate a contenere da 1.8 a 9.1 tonnellate in più di carbonio. Si tratta di un calo che ha riavvicinato i livelli di acidità di mari e oceani a quelli dell’epoca preindustriale.
Perché le acque di mari e oceani sono così importanti?
L’esperimento sulle acque di mari e oceani si inserisce in un quadro complesso. Il metodo è quello noto come Ocean Alkalinity Enhancement, aumento dell’alcalinità oceanica, e mira a replicare in tempi più brevi quei processi che si verificano nelle dinamiche di erosione delle rocce in tempi ben più lunghi.
I ricercatori hanno monitorato la salute di pesci, alghe e altri organismi marini e questi non sono apparsi influenzati dalla sostanza immessa nell’ecosistema. L’esecuzione dei test è stata autorizzata dall’Environmental Protection Agency dopo un’attenta valutazione dei rischi. Molte associazioni ambientaliste si dicono però scettiche sulla sicurezza delle pratiche e il dibattito rimane acceso.
Sulle acque di mari e oceani si reggono interi settori dell’economia, oltre che le speranze di lotta alla crisi climatica. L’esperimento nel Golfo del Maine rappresenta il primo test su vasta scala per il metodo OAE ma, guardando all’interezza degli ecosistemi considerati, rimane un intervento minuscolo. Ora è necessario tradurre i dati raccolti sul campo in numeri che abbiano un valore scientifico e rendere le pratiche replicabili.






