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Quali sono i temi più problematici di cui si discuterà alla Cop26

I punti su cui diplomatici dovranno trovare un accordo condiviso sono diversi. Due sono però quelli da cui dipenderà il successo o l’insuccesso del vertice

La Cop26 sarà un vertice importantissimo. Dall’esito di questo appuntamento, in programma dal 31 ottobre al 12 novembre a Glasgow, si capirà se il mondo sarà in grado o meno di rispettare gli obiettivi indicati dalla scienza per contenere il riscaldamento globale, fenomeno all’origine dei cambiamenti climatici. Sono quelli messi nero su bianco nell’Accordo di Parigi 2015: limitare entro la fine del secolo l’innalzamento della temperatura media ben al di sotto dei 2° C rispetto al livello preindustriale e continuare gli sforzi per contenerlo sotto gli 1,5° C. Per farlo occorre che i Paesi trovino (e rispettino) un accordo incisivo e condiviso sul taglio delle emissioni di gas serra. Se questo è l’obiettivo generale, ci sono però alcuni temi più urgenti di altri che i diplomatici dovranno affrontare.

I punti sui quali si discuterà alla Cop26 dono diversi, ma due sono quelli da cui dipenderà il successo o l’insuccesso del vertice: lo stop al carbone e la finanza climatica

Lo stop al carbone

Il primo è l’uscita graduale dai combustibili fossili, il cosiddetto phase out. Ci si aspetta che i Paesi individuino date certe per lo stop alla loro estrazione e uso. La rinuncia al carbone, la fonte di energia più inquinante della categoria, sarà in particolare il tema di dibattito più spinoso. La ragione è che molti grandi Paesi hanno economie ancora pesantemente legate a questa risorsa e sono restii a mandarla in pensione. Su questo punto, la Cina sarà uno degli interlocutori più difficili, visto che il carbone alimenta ancora i due terzi dell’economia cinese. Il gigante asiatico rimane il primo Paese al mondo per emissioni di gas serra con il 27 per cento del totale. Per questo, i Paesi occidentali si aspettano un’accelerazione sulla tabella di marcia della transizione ecologica. Anche India, Russia, Sudafrica e Australia potrebbero fare ostruzionismo.

Finanza climatica

Il tema del sostegno finanziario della parte più ricca del mondo a quella in via di sviluppo è il secondo dei temi caldi della Cop26. Nel 2009, i venti Paesi più ricchi, responsabili da soli del 75 per cento delle emissioni, decisero di creare un fondo in cui versare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per spingere la transizione ecologica dei Paesi in via di sviluppo. Il problema è che dei 100 miliardi promessi, ne sono stati versati in media solo un’ottantina. Con il vertice ci si aspetta che la cifra pattuita venga raggiunta. Ora inoltre i Paesi benestanti devono elaborare un nuovo obiettivo finanziario dal 2025 in poi e la controparte potrebbe rilanciare, chiedendo una cifra molto più alta e solo soldi a fondo perduto. Se dovesse essere posta come condizione preliminare per l’accordo sul taglio delle emissioni, le trattative potrebbero complicarsi.

I mercati del carbonio

Ci sono poi questioni più tecniche, ugualmente importanti ma che passeranno un po’ in secondo piano. Una di queste è l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, il punto che affronta il ruolo dei mercati del carbonio. Fino ad oggi non è ancora stato risolto il nodo su questo complicato sistema che prevede lo scambio di crediti di carbonio ottenuti dai Paesi grazie alla riduzione delle loro emissioni per effetto di progetti a basse emissioni di carbonio. I progressi sul tema si sono interrotti nel 2019.

La rendicontazione delle emissioni tagliate

L’individuazione di un sistema di rendicontazione unico a livello mondiale delle emissioni tagliate potrebbe essere un altro argomento di dibattito. Si tratta di trovare un modo universale per calcolare le quantità di gas climalteranti eliminate per tenere fede agli impegni presi. In altre parole, si cercherebbe di far “giocare” tutti i Paesi secondo le stesse regole per evitare che qualcuno trucchi i numeri mentre in realtà continua a sporcare l’atmosfera e alzare le temperature.

La stretta sul metano

Se le emissioni di anidride carbonica sono le principali nemiche, anche il metano non è visto bene. In un recente rapporto l’Unep, il Programma dell’Onu per l’Ambiente, ha indicato il metano come il secondo più grande responsabile dell’innalzamento delle temperature medie tra i gas serra. Per questa ragione, è possibile che alla Cop26 si discuta anche delle perdite di questo gas serra. Da dove arrivano? Dagli allevamenti, dalle perdite che avvengono durante la sua estrazione e dalla decomposizione dei rifiuti. “Se non ci raggiungono i 100 miliardi di dollari per il fondo o non si trova un accordo sul carbone, ma si trova sull’Articolo 6 non sarà un successo”, commenta Lorenzo Tecleme, uno dei giovani osservatori del progetto “Destinazione Cop”. “Viceversa, se si trova un accordo sul phase out del carbone, sarà una grande notizia”.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food