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Qual è l’impronta idrica dei cibi che mangiamo?

Per impronta idrica dei cibi si intende l’acqua necessaria per la loro produzione. Scopriamo insieme dove si nasconde l’acqua invisibile.

L’impronta idrica dei cibi – ma anche di altro – in inglese water footprint, è un indicatore coniato nel 2002 per indicare la quantità di acqua dolce necessaria per la produzione di un prodotto, sia esso un alimento o un bene di consumo. Dallo studio condotto dall’University of Twente sono emersi dei dati piuttosto allarmanti: non solo l’Italia è il maggior consumatore di acqua pro capite in Europa, ma anche il secondo al mondo subito dietro gli Stati Uniti. Questo dovrebbe farci riflettere, ma per farlo con consapevolezza e capire ciò di cui stiamo parlando occorre chiarire alcuni concetti.

Cos’è la water footprint o impronta idrica?

Abbiamo già detto che con il termine impronta idrica dei cibi, o di un bene, si indica il volume totale di acqua dolce impiegato durante l’intera catena di produzione. Per ottenere quel valore occorre sommare tre diverse componenti:


  • Green water, cioè l’acqua piovana assorbita dal terreno e dalla coltivazione;
  • Blue water, ossia l’acqua delle falde o dei corsi d’acqua;
  • Grey water, l’acqua inquinata dalla filiera di lavorazione.

Dalla somma di queste tre componenti è possibile ottenere l’impronta idrica dei cibi o di un bene. Il calcolo è piuttosto complesso tuttavia secondo le stime, l’impronta idrica media di un italiano è pari a 2.232 metri cubi di acqua dolce l’anno.

Qual è l’impronta idrica degli alimenti?

Sebbene lo studio condotto prenda in considerazione gli alimenti uno per uno, occorre precisare che l’impronta idrica dei cibi dipende molto anche dal luogo e dall’efficienza della filiera di produzione. Detto questo, si scopre che l’agricoltura consuma il 70% delle risorse idriche mondiali, seguita dall’industria con il 22% e infine dagli usi domestici, «solo» l’8%. Da questi dati quindi è facile evincere come chiudere l’acqua del rubinetto mentre ci si lava i denti rappresenta, nel vero senso della frase, una goccia nel mare. Per combattere e ridurre il consumo sconsiderato di acqua che sta interessando il nostro pianeta bisognerebbe modificare come prima cosa la propria alimentazione. In particolare, secondo quanto riportato dal professor Arjen Y. Hoekstra nel suo libro «Water footprint of modern consumer society»: «l’impronta idrica di qualsiasi prodotto animale è superiore a quella di una coltura alternativa dal valore nutrizionale equivalente».

Ecco perché quindi una dieta flexitariana o, ancora meglio, vegetariana potrebbe aiutare a ridurre il consumo mondiale di acqua. Per farci un’idea dei volumi, ecco una lista dell’impronta idrica dei cibi:

  • Mela 822 l/kg
  • Burro 5.553 l/kg
  • Carne di manzo 15.415 l/kg
  • Banane 790 l/kg
  • Vino 870 l/kg
  • Pomodori 214 l/kg
  • Caffè 18.900 l/kg
  • Riso 2.497 l/kg
  • Maiale 5.988 l/kg
  • Pasta 1.849 l/kg
  • Olive 3.015 l/kg
  • Mais 1.222 l/kg
  • Lattuga 5.520 l/kg
  • Uova 3.300 l/kg
  • Latte 1.020 l/kg

Per essere più esaustivi, vi basti pensare che occorrono 2.500 litri di acqua per produrre un hamburger di 110 grammi. Se questo numero vi ha stupito è perché con tutta probabilità non avete mai considerato che in quel calcolo rientra anche l’acqua necessaria alla produzione del foraggio, oltre a quella consumata direttamente dalla mucca e quella necessaria alla lavorazione della carne e alla pulizia degli ambienti. Insomma, l’impronta idrica dei cibi si compone di molti fattori e solo un consumatore consapevole può arrestare questo pericoloso trend.

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Dopo una Laurea in Ingegneria mi sono allontanata dai numeri e avvicinata a nuove forme di espressione, come la fotografia e la scrittura. Il mio blog, Il Cucchiaio Verde, racchiude entrambe le passioni e ha come filo conduttore uno stile di vita vegetariano.