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Migrazioni: quando i pesci fuggono dai tropici

I pesci dell'area tropicale emigrano verso mari ora più temperati, senza che nessun’altra specie prenda il loro posto. Interi ecosistemi sono a rischio, ma molti studi puntano sulle riserve naturali.

Quando si parla di «tropicalizzazione» di un determinato mare o oceano si intende l’arrivo di nuove specie marine tipiche delle zone tropicali, emigrate a causa dell’innalzamento delle temperature. È un fenomeno che riguarda l’intero pianeta, su cui sono stati realizzati diversi studi.


Australia ma non solo

Il Dottor Daniel Pauly dell’organizzazione Sea Around Us, gruppo di ricerca internazionale con base all’University of British Columbia, affronta l’argomento su un articolo del Guardian, parlando di ciò che sta avvenendo in Australia, senza dimenticare però la dimensione del problema, oggi più che mai globale.

Australia ma non solo

L’Australia è uno dei pochi Paesi impegnati, almeno negli ultimi anni, nello studio del fenomeno: nel 2012 il governo di Julia Gillard annunciò un progetto per la creazione di 42 riserve marine, dopo anni di consultazioni per trovare un compromesso tra salvaguardia dell’ambiente e attività commerciali. Solo un anno dopo, con l’arrivo del nuovo Primo Ministro Tony Abbott il progetto venne interrotto per essere revisionato. Una nuova versione venne approvata nel 2016, aumentando le aree di pesca per evitare di «chiudere a chiave il nostro mare», come disse il Ministro. Il nuovo progetto fu molto criticato dalle associazioni impegnate nella salvaguardia dell’ecosistema marino, denunciando che un simile approccio non avrebbe portato che danni irreparabili all’ecosistema.

Le riserve marine come soluzione per tutti

Come sostengono diversi studi, tra cui uno di B. L. Turner dell’Arizona State University, creare riserve marine può portare solo benefici, sia all’ecosistema marino che all’industria ittica. Non si sa di preciso quando sia cominciato questo cambiamento di rotta nella vita degli oceani. Ci sono vari fattori da tenere conto, tra cui: l’innalzamento delle temperature, che porta molte specie tropicali ad allontanarsi fino a 50 km per decade dall’equatore, e l’espansione dell’industria ittica. Il problema maggiore riguardo questa diaspora marina è che nessuna specie rimpiazza quelle emigrate, svuotando intere aree d’oceano. Creare riserve marine serve non solo a tutelare, ma a permettere che la popolazione marina si riprenda velocemente dopo decenni di pesca aggressiva e diventi capace di evolversi per tollerare le temperature più alte.

Le riserve marine come soluzione per tutti

Queste aree protette sono utili a contrastare cinque fattori chiave del cambiamento climatico: l’acidificazione degli oceani, l’innalzamento dei livelli degli oceani, l’aumento d’intensità delle perturbazioni, il cambiamento nella distribuzione delle specie, la decrescita della produttività nel settore ittico e infine la disponibilità d’ossigeno. La prima è strettamente correlata con la produzione di CO2 che ha portato negli ultimi decenni ad un aumento del 2.6% e si prospetta possa aumentare fino al 100% entro il 2100.

Gli oceani assorbono circa un terzo delle emissioni di anidride carbonica prodotta dall’uomo, ma il ruolo fondamentale dell’assorbimento di questa sostanza è delle paludi costiere o quelle salmastre, anch’esse da inserire all’interno delle riserve marine. Assieme a queste, un ruolo fondamentale lo hanno le barriere coralline, utili per contrastare l’aumento di intensità delle perturbazioni sulle zone costiere, tsunami compresi. Sono utili anche per limitare i danni provocati dall’innalzamento del livello degli oceani: sino ad oggi c’è stato un aumento di 19 cm che potrebbe arrivare fino a 82 cm entro la fine del secolo. Le barriere coralline o le strisce di terra fangosa diventano una protezione naturale per le località sulla costa.

Una minaccia per la pesca?

Una minaccia per la pesca?

I più scettici verso questo approccio sono ovviamente le aziende che operano nel settore ittico. Chiudere alla pesca grandi aree d’oceano significa strozzare il commercio, ma diversi studi dimostrano il contrario: la pesca incontrollata non porta benefici a nessuno. Rompere quelli che sono i ritmi di riproduzione dei pesci sta già comportando il drastico calo di numerose specie. In sostanza, ci potremmo trovare a non avere pesce a sufficienza. Le aree protette servono a garantire un luogo protetto in cui i pesci possano riprodursi e adattarsi ai cambiamenti climatici. Inoltre, se pensiamo a quante poche tipologie di pesce finiscono sulla nostra tavola rispetto a quelle esistenti in natura, non è difficile capire che portare avanti una pesca così intensa danneggia anche tutta la catena alimentare che regola l’ecosistema marino.

Finora solo l’1.6% dell’intera superficie oceanica è completamente protetta dallo sfruttamento ittico ed è una riserva marina a tutti gli effetti. Il 3.5% è ancora parzialmente aperto e queste percentuali dovranno aumentare sensibilmente per poter avere dei risultati decisivi. Ne va della salute di questo sistema, del nostro pianeta e della nostra tavola.

Fonti: theguardian.com – seaaroundus.org – pnas.org – wikipedia.org

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Laureata in Storia, ma appassionata di giornalismo. Disorientata tra conflitti mondiali e ambiente, resta certa solo di una cosa: l’essere curiosa.