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L’allevamento di maiali verticale che potrebbe fermare le pandemie in Cina

Nella Repubblica Popolare stanno nascendo strutture di 12 piani in grado di ospitare 1.300 suini. Saranno organizzate per eliminare i rischi biologici

In Cina gli allevamenti di maiali diventano verticali. Non tanto per questioni di spazio. L’obbiettivo è aumentare la sicurezza biologica delle attività per evitare pandemie come l’attuale, ma anche come quelle dell’influenza suina H1N1 o dell’influenza suina africana (ASF). Eventi innescati dal passaggio di virus dalle bestie all’uomo. La Repubblica Popolare ora prova a elevare gli standard e minimizzare i rischi con la costruzione di palazzoni di calcestruzzo alti fino a 12 piani.

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I nuovi allevamenti di suini verticali

Su questo percorso di cambiamento si è avviata la Yangxiang, una delle aziende cinesi più grandi del settore della carne suina. Nel sud del Paese asiatico, nell’area montuosa di Yaji, la società ha costruito l’allevamento di maiali più alto del mondo alto nove piani. In futuro, però, vedrà la luce una struttura con tre livelli in più. “Su ogni piano possiamo allevare 1.270 capi  di bestiame – ha detto al Guardian Yuanfei Gao, vice-presidente di Yangxiang –Ma con la nuove costruzioni stimiamo di tenere 1.300 maiali per livello“. L’azienda ne alleva già 2 milioni all’anno. Una volta che questo nuovo sistema verticale sarà a regime, riuscirà a crescerne altri 840.000.


Divisioni rigide e quarantena per i dipendenti

Per innalzare gli standard di sicurezza biologica, i maiali restano sempre sullo stesso piano per evitare che si mescolino tra loro. Ogni edificio è dotato di un sistema di ventilazione, di ascensori per trasportare il bestiame e di uno scivolo specifico dedicato all’eliminazione del carcasse degli animali morti destinati alle aree di incenerimento.

Ma il nuovo sistema guarda anche ai lavoratori. Il complesso di allevamenti di Yangxiang include anche una zona per la quarantena dei dipendenti suddiviso in tre aree. “All’ingresso – spiega Lily Zou, portavoce dell’azienda, al quotidiano inglese – registrano i loro nomi, da dove arrivano e a che fattoria sono diretti. Poi vengono sottoposti a un processo di disinfezione delle mani, dei vestiti, delle scarpe e anche di telefoni e computer. Mentre sono fermi nella prima area, preleviamo dei campioni da analizzare in laboratorio. Se i risultati sono negativi, possono entrare nell’ultima area per altri due giorni. Da qui sono poi trasportati agli allevamenti. Ma se risultano positivi, devono fermarsi ancora”. Rigidi anche i controlli sulle uscite: i dipendenti non possono lasciare lo stabilimento fino al giorno di riposo, ma se vogliono abbandonarlo devono sottoporsi allo stesso percorso di quarantena.

I problemi del settore in Cina

Gli allevamenti verticali sono un passo in avanti, ma ci vorranno anni prima di vedere una trasformazione dell’intera filiera della carne. Un settore che fino a qui ha avuto i suoi punti di debolezza nelle ridotte dimensioni degli allevamenti, perlopiù di tipo familiare, sparsi per il Paese. Realtà da 20-50 capi non in grado di garantire standard di sicurezza elevati che non hanno retto alla crescente domanda di carne. A questo si aggiunge anche la presenza di veterinari poco qualificati e l’abuso o uso scorretto di antibiotici.

I dubbi sul sistema

Il nuovo sistema, però, non convince tutti. Quello della Yangxiang rimane un allevamento intensivo e, come tale, “crea le condizioni per la trasmissione di infezioni da un maiale all’altro o a un altro capo di bestiame”, ha spiegato al Guardian Peter Li, professore di Politiche dell’Asia orientale all’Università di Houston-Downtown (Stati Uniti). Garantire una maggiore salute, infine, non si riflette automaticamente in condizioni migliori per gli animali. Ad esempio, mancano spazi adeguati: “Potrebbe avere alcuni vantaggi. Ma in fin dei conti non puoi definirlo un buon welfare”, ha aggiunto Jeremy Marchant-Forde, ricercatore del Dipartimento di agricoltura degli Stati Uniti.

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