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Greenwashing: come capire se un’azienda si impegna veramente per l’ambiente

Non è facile per i cittadini-consumatori valutare i piani di azzeramento delle emissioni. Ecco alcuni aspetti da tenere presente leggendo i piani.

Sono sempre più numerose le aziende che annunciano piani ambiziosi per il pianeta. Alcune puntano a diventare neutrali a livello climatico o “net-zero”, cioè azzerare le emissioni legate alle proprie attività. Altre addirittura carbon-negative, ovvero vogliono rimuovere più CO2 di quella prodotta. Ma per i cittadini-consumatori capire se una società ha fissato degli obiettivi seri e si impegna veramente per raggiungerli non è semplice. L’ombra del greenwashing, strategia con la quale si offre un’immagine di sé positiva per mitigare, o addirittura nascondere, un impatto negativo, è sempre dietro l’angolo. Analizzare con maggiore attenzione alcuni dettagli dei programmi può aiutare a comprendere le intenzioni di un’azienda.

Capire se un'azienda si sta impegnando veramente a ridurre il suo impatto sul clima oppure sta facendo greenwashing non è semplice, ma ci sono alcuni elementi da valutare per comprendere meglio le sue azioni

Ci sono obiettivi intermedi?

I climatologi hanno avvertito che se non si azzerano le emissioni di gas serra entro la metà del secolo (per contenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 1,5 C°), gli effetti peggiori del cambiamento climatico saranno inevitabili. Di conseguenza, molte realtà hanno segnato sul calendario proprio il 2050 come anno limite per raggiungere i propri obiettivi.

Alcuni osservatori della transizione energetica, tuttavia, sostengono che stabilire dei traguardi intermedi può garantire più possibilità di successo. In un intervallo di tempo così lungo, infatti, possono esserci molti cambiamenti nei ruoli dirigenziali, con la possibilità che i nuovi vertici rivedano la strategia iniziale e non mantengano gli impegni presi. Il gruppo di ricercatori internazionali DataDriven EnviroLab e il NewClimate Institute riportano che solo l’8 percento delle aziende si è posto obiettivi “net-zero” intermedi.

Quali emissioni sono considerate?

Per valutare la bontà dei piani di un’azienda bisognerebbe verificare anche quali emissioni programma di tagliare. Molte infatti progettano di eliminare solo quelle legate ai propri processi produttivi. Ad esempio, nel caso le società petrolifere, quelle degli impianti estrattivi e di raffinazione.

Oltre a queste, ci sono anche le emissioni “Scope 3” da considerare, quelle indirette di cui sono responsabili fornitori e consumatori finali. Senza un miglioramento dell’impatto dei propri prodotti e/o servizi lungo il loro intero ciclo di vita da parte delle aziende, sarà più difficile incidere sul rallentamento dei cambiamenti climatici.

Quali sono le azioni pianificate?

Anche capire come un’azienda si sta muovendo per limitare il suo impatto può dirci molto. Limitarsi ad investire nell’energia elettrica da rinnovabili in altre zone per compensare il proprio consumo di energia elettrica, è diverso dal far funzionare concretamente le proprie attività grazie a quelle stesse fonti green. Il passaggio a queste alternative può andare bene per le società tech grandi consumatrici di elettricità.

Per altre, tagliare le proprie emissioni è più difficile. Prima di mettere su carta una strategia per il clima, un’azienda dovrebbe capire quali tecnologie sono disponibili e quali applicabili alla propria realtà. E, se le emissioni non sono eliminabili, dovrebbe riflettere su come il proprio modello di business potrebbe cambiare.

Su quali offset si punta?

Per ovviare al problema delle emissioni non eliminabili ci sono gli offset. Si tratta di operazioni che, anziché rimuovere o modificare le loro fonti, rimuovono quelle già presenti nell’atmosfera. In una parola, è una compensazione. Si può fare attraverso progetti di riforestazione, catturando il metano nelle discariche attraverso delle tecnologie ad hoc oppure incentivando un tipo agricoltura che aumenti la capacità del suolo di assorbire più diossido di carbonio.

Puntare sugli offset, tuttavia, non è semplice. È necessario valutare bene dove avviarli e come viene verificata la loro qualità. Se si vuole investire in una nuova foresta, ad esempio, bisogna accertarsi non ci siano rischi di disboscamenti e incendi. O che eventualmente venga offerta una polizza assicurativa, come la piantumazione di nuovi alberi. Inoltre, è ancora problematico tracciare e misurare la quantità di CO2 assorbita da alcuni offset (come foreste e terreni agricoli). I nuovi alberi possono andare bene per progetti a breve termine, mentre per piani più importanti bisognerebbe puntare più sulla tecnologia di sequestro.

Le informazioni sono chiare e condivise?

Infine, è importante verificare la trasparenza di una società. Poche realtà con l’obiettivo di diventare “net-zero” rendono pubblici i dettagli dei loro piani. Avere queste informazioni a disposizione non è necessario solo per esercitare una funzione di controllo, ma permette anche di aiutare gli altri business ad agire più velocemente. Microsoft, insieme a Nike, Starbuks e altri partner, ha lanciato ad esempio l’organizzazione “Transform to net zero” per aiutare altre aziende a fissare i propri obiettivi sulle emissioni. “Se raggiungiamo i nostri obiettivi per il 2030, ma non aiutiamo nessun altro a farlo, non è una vittoria per noi – ha detto Lucas Joppa, chief environmental officer di Microsoft –. E non lo è per la società”.

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Giornalista, ex studente della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Osservatore attento (e preoccupato) delle questioni ambientali e cacciatore curioso di innovazioni che puntano a risolverle o attenuarne l'impatto. Seguo soprattutto i temi legati all'economia circolare, alla mobilità green, al turismo sostenibile e al mondo food