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Crescita incontrollata dei boschi: a rischio la biodiversità in Italia

A causa della crescita incontrollata dei boschi il paesaggio del nostro paese sta profondamente cambiando, mettendo irreversibilmente a rischio la biodiversità in Italia.

La crescita incontrollata i boschi e la diminuzione dei campi e dei pascoli comporta un rischio reale per la biodiversità, particolarmente nel ricco e vario sistema ecologico italiano. È necessario quindi proteggere non solo le oasi naturalistiche, ma anche il paesaggio rurale antropizzato.

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L’Italia soffre la crescita incontrollata dei boschi

Mentre nel mondo le superfici boschive si riducono progressivamente a causa dell’uso intensivo del suolo, destinato sia a coltivazioni agrarie estensive che per la creazione di grandi infrastrutture, come edifici, strade e aeroporti, l’area occupata dalle foreste si riduce sempre di più, pari a 4 miliardi di ettari. In Italia si assiste al fenomeno opposto. Ricoperta per un terzo della sua superficie da boschi che avanzano occupando territori abbandonati, soprattutto aree collinari e montane, si calcola che nel territorio nazionale, nel 2015, secondo l‘Inventario Forestale Nazionale (Infc), ci siano più di 11 milioni di ettari di bosco.

Il fenomeno riguarda soprattutto l’Italia centro-meridionale: ad esempio il Molise registra una crescita dei boschi del 16,6 %: in Abruzzo il 9,6, in Basilicata il 10,5, in Sicilia il 13,2, nel Lazio il 10,1, in Calabria il 9,9 e in Campania il 9,6. Di tutta questa estensione soltanto 1.700 ettari sono dovuti a opere di imboschimento, il resto è il risultato di una espansione naturale dovuta all’abbandono delle aree rurali.

Senza contare che l’opera di rimboschimento effettuata nel dopoguerra non ha seguito sempre criteri corretti. Gli alberi allora introdotti, come ad esempio il pino nero e l’eucalipto, sono tipici di zone anche molto lontane: in pratica si è agito senza rispettare biodiversità autoctona.

Italia al primo posto in Europa per biodiversità

Il nostro Paese è al primo posto in Europa per numero diverso di specie botaniche e animali. Le condizioni ambientali, da nord a sud, cambiano profondamente, componendo habitat piccoli e diversificati che nel passato l’uomo ha popolato incidendo sul territorio in modo sostenibile, adattandosi all’ambiente, ricavando ciò che i territori gli offrivano attraverso attività agro-forestali armoniche oggi minacciate dalla crescita incontrollata dei boschi.

Urbanesimo e abbandono delle campagne

La rivoluzione industriale del XIX secolo ha favorito il fenomeno dell’urbanesimo. Lo spostamento delle popolazioni dalle zone rurali ai centri urbani, processo incrementato dopo le guerre mondiali, come anche l’emigrazione italiana verso i paesi industrializzati e specialmente le Americhe, ha determinato l’abbandono delle pratiche agricole e dell’allevamento tradizionali.

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L’agricoltura industriale si è concentrata in pianura, dando luogo a grandi coltivazioni estensive controllate da prodotti chimici, fertilizzanti, pesticidi ed erbicidi che favoriscono l’inquinamento del suolo, dell’acqua e dello stesso cibo. I pendii difficilmente coltivabili con le moderne tecnologie di produzione hanno favorito l’abbandono dei declivi. I terrazzamenti tendono a sparire, pratica agricola che attraverso la costruzione di muri a secco rende più stabile l’orografia in pendio, oltre che dare la possibilità di coltivare orti, ulivi e vigneti anche in zone di difficile accesso. I pascoli di altura stanno scomparendo a favore dei pascoli intensivi di pianura.

I nuovi boschi

Così i boschi si impadroniscono progressivamente dei territori deserti e abbandonati, le superfici boschive si allargano favorendo la crescita di alberi che crescono troppo vicini, aggiungendo al problema della crescita incontrollata anche quello di un’eccessiva densità delle piante. Fenomeno in passato diverso, dal momento che i boschi venivano controllati e coltivati.

I nuovi boschi sono impenetrabili e ricchi di legna secca che non viene più raccolta, contrariamente al passato preindustriale quando veniva smaltita per alimentare le cucine o per il riscaldamento. Sono inoltre assaliti dai parassiti, esposti agli incendi – e tra questi la maggioranza è di natura dolosa – e alle raffiche di vento che li devastano. Infine, il legno non è sfruttato a fini economici, per l’industria edilizia o per l’arredamento se non per il solo 30% dell’intera produzione.

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Il bosco non viene curato, gli alberi ai quali non sono tagliati i rami vecchi contribuiscono all’aumento del rischio idrogeologico, perché il loro peso va a gravare sul tronco che diventa pesante e sradica le radici dal suolo, così come le foglie non raccolte finiscono per ostruire il deflusso dell’acqua con il pericolo di alluvioni. Il legno usato per l’edilizia viene per la maggior parte importato dall’estero. Ogni anno i boschi italiani producono circa 30 milioni cubici di biomassa che potrebbe essere usata per fini energetici o industriali, il tutto senza impoverire il patrimonio esistente. Tuttavia i costi per la loro prevenzione e gestione sono elevati e la resa economica del legname non pareggia i conti.

Biodiversità: una risorsa da tutelare

Certamente in un territorio così diversificato come quello italiano occorre fare dei distinguo. In alcune zone come ad esempio in Emilia il prato esiste ancora e serve alla nutrizione delle vacche, il problema se mai riguarda i pascoli d’altura. Il bosco è certamente utile, ma deve essere curato e sottoposto a costanti opere di prevenzione e soprattutto deve alternarsi ad aree aperte complementari. Si tratta di un equilibrio necessario che va tutelato. Se si perdono i pascoli, molte specie di animali sono destinate a sparire, dai rapaci alle farfalle, nota il naturalista Almo Farina, ordinario dell’Università di Urbino. Allo stesso modo diverse specie di uccelli hanno bisogno di alberi dove fare il nido e aree vicine e aperte per trovare cibo.

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Qual è la soluzione?

Sicuramente la tutela dei parchi e delle oasi naturali non basta, occorre anche una strategia che la completi. Nel Mediterraneo, e nel nostro Paese in particolare, la protezione del paesaggio deve comprendere le aree rurali antropizzate, quindi non soltanto quelle incontaminate e non sfruttate dall’uomo. Secondo Almo Farina si tratta di favorire i «santuari rurali», dove cioè attività rurali e natura possano dialogare tra loro in modo sostenibile. Occorre preservare quel paesaggio culturale che le civiltà preindustriali avevano tenuto in vita in miracoloso equilibrio.

Nel santuario rurale si trovano le risorse per la vita dell’uomo, che può trarne grande varietà di risorse sane, e allo stesso tempo le migliori condizioni per favorire la vita di numerose specie animali, necessarie per l’equilibrio dell’ecosistema. Non enormi estensioni isolate, quanto una rete vera e propria che possa tamponare i rischi e mettere in relazione i parchi con le aree problematiche.

L’uomo moderno ha subito un profondo slegamento dalla natura, vista come qualcosa di separato, estraneo. Il futuro invece deve ritrovare l’antico rapporto perduto e tendere all’integrazione, dove accanto alla tutela dell’ecosistema si promuova una migliore qualità della vita per tutte le specie viventi e non soltanto per l’uomo.

Questa è una visione ancora più avanzata dell’agricoltura biologica, che guarda tutto in funzione dell’uomo e dei suoi bisogni, mentre un modello che miri all’integrazione olistica realizzerebbe un progetto certamente più efficace e lungimirante, non solo per le specie animali e vegetali ma anche per l’uomo stesso.

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Archeologa e storica dell’arte, sono dottore di ricerca, specializzata in archeologia e autrice di numerose pubblicazioni scientifiche e divulgative. Sono una esploratrice bulimica di luoghi e biblioteche, mentre con il cibo ho un rapporto sereno e convinta che sia la chiave per capire il mondo e le persone. Il mio motto è: dimmi come mangi e ti dirò chi sei.