AttualitàGeopolitica del gusto

Colonialismo 2.0: il Land Grabbing

Il libro di Stefano Liberti ci accompagna in un excursus su un fenomeno quantomeno inquietante, una nuova forma di colonialismo dalle conseguenze drammatiche

Quando si parla di cibo è facile perdersi in aspetti che in realtà rappresentano minuti dettagli di un quadro, la geopolitica del gusto, la cui complessità va via via aumentando, a pari passo con la penetrazione delle logiche di mercato nelle nostre tavole. Perché mangiamo quello che mangiamo, da dove arriva, come viene preparato, quanto ce ne sarà ancora? Tra tutte queste domande, nel seguente articolo proveremo a fare chiarezza su un fenomeno, ormai svelato da diversi anni, che rimane stranamente sconosciuto ai più: il Land Grabbing.

Le origini

Per le mani ho un libro, il titolo è inequivocabile, Land Grabbing, appunto, “Come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo”, di Stefano Liberti. Il fenomeno viene definito nelle prime pagine come una grande corsa alle terre in buona parte del sud del mondo. Le origini del probabile scenario da incubo nello scacchiere geopolitico internazionale si sono viste durante la crisi alimentare del 2007/2008, quando i prezzi dei generi di prima necessità come riso, grano e mais schizzarono alle stelle, vittime a loro volta della scelta degli investitori che videro in quei prodotti un lido sicuro nella tempesta finanziaria.

Le origini

Il risultato fu l’esplosione di rivolte popolari in diverse nazioni tra cui l’Egitto e Haiti, prova definitiva che nel ventunesimo secolo si può ancora assistere ad un popolo riottoso anche per mancanza di cibo. Ma non tutti i paesi hanno reagito allo stesso modo: quelle nazioni prive di fonti alimentari ma ricche di liquidità, e non stiamo parlando di acqua in questo caso, hanno semplicemente deciso di acquistare terra fertile, producendo all’estero quello di cui hanno bisogno.

Il nuovo colonialismo

Ecco allora che paesi come gli stati arabi del Golfo, volendo evitare di rimanere intrappolati in bandi all’esportazione stabiliti dai paesi da cui importano alimenti, lanciano grandi campagne di acquisizione di territori all’estero. Ad annusare l’affare non si sono certo limitate le entità statali, anzi, appena divenuto chiaro che il cibo era il bene su cui puntare, gli occhi delle grandi società finanziarie si sono rivolti a chi di terreno ne aveva in abbondanza e malamente sfruttato: gli stati africani. Divenne chiaro a tutti che il primo mezzo di produzione, quando si tratta del “bene alimentare”, è la terra. Come anticipa già dalle prime pagine l’autore: “La tempesta perfetta farà danni in molti posti, lascerà alcuni indifferenti e provocherà la gioia di altri”.

Il nuovo colonialismo

Land leasing

Facciamo un passo indietro. Quando parliamo di problemi riguardo a questa tematica lo facciamo con lo sguardo rivolto agli effetti che la privatizzazione, attraverso affitti prolungati o acquisti di grosse porzioni di terreno, può avere sulla popolazione di una nazione. Come in tanti altri casi, dagli Ogm al biodinamico tanto per fare esempi scottanti, non è un sistema ad essere ‘buono’ o ‘cattivo’ di per sé, piuttosto è l’impiego dello strumento a definirne la bontà: se da una parte può essere visto come un modo per attirare capitale straniero, acquisire tecnologie all’avanguardia o creare nuovi impieghi, dall’altra governi senza scrupoli possono procedere all’esproprio per mettere a disposizione le terre, magari tenendo i prezzi d’affitto dei terreni a valori stracciati rispetto la media di mercato.

Land leasing

Le cifre

Nel settembre 2010 la Banca Mondiale ha pubblicato uno studio del 2008 sull’estensione del fenomeno del land grabbing, intitolato: “Rising Global Interest in Farmland: Can it Yield Sustainable and Equitable Benefits?” Nelle sue quasi trecento pagine si scopre che nel solo periodo tra l’ottobre 2008 e l’agosto 2009 sono stati acquisiti terreni agricoli per 46 milioni di ettari (per intenderci la superficie agricola in Italia si estende per poco meno di 18 milioni di ettari), due terzi dei quali nell’Africa subsahariana, una nazione su tutte l’Etiopia. Se si aggiunge che delle oltre quattrocento acquisizioni esaminate solo duecento riportavano l’estensione del terreno acquistato, diventa chiaro che la cifra potrebbe essere enormemente sottostimata.

Insomma, ci troviamo all’alba di una nuova era di colonialismo, fatta a regola d’arte e seguendo pedissequamente le leggi di mercato, anche se queste, così febbrilmente applicate anche quando si parla di cibo, possono avere effetti devastanti.

Fonti: Rising Global Interest in Farmland – Wikipedia

Matteo Buonanno Seves

Un giovane laureato in Scienze Gastronomiche con la passione per il giornalismo e il mai noioso mondo del cibo, perennemente impegnato nel tentativo di schivare le solite ricette e recensioni in favore di qualcosa di più originale.