Le poesie più belle sulle castagne, versi di autunno e boschi
Le castagne sono parte integrante dell’autunno ed esse sono quasi in punta di piedi diventate protagoniste di poesie e versi. Alcuni autori hanno raccontato del dolce sapore dei frutti che sa ricordare a tutti i boschi colorati dal foliage, mentre altri hanno insistito sul senso di intimità che mangiarlei insieme trasmette. Andiamo, allora, a scoprire le liriche più emozionanti in cui troviamo le castagne e i castagni.

Le poesie sulle castagne
“Il castagno” di Giovanni Pascoli
I
Quando sfioriva e rinverdiva il melo,
quando s’apriva il fiore del cotogno,
il greppo, azzurro, somigliava un cielo
visto nel sogno;
brullo io te vidi; e già per ogni ripa
erano colte tutte le vïole,
e tu lasciavi ai cesti ed alla stipa
tutto il tuo sole;
e, pio castagno, i rami dalla bruma
ancora appena e dal nevischio vivi,
a mano a mano d’una lieve spuma
verde coprivi.
Ma poi, vedendo sotto il fascio greve
le montanine tergersi la fronte,
tu che le sai da quando per la neve
scendono il monte,
ecco, pietoso tu di lor, tessesti
lungo i torrenti, all’orlo dei burroni,
una fredda ombra, che gemè di mesti
cannareccioni.
II
E qualche cosa già nell’aspro cardo
chiuso ascondevi, come l’avo buono
che nell’irsuta mano cela un tardo
facile dono.
Ai primi freddi, quando il buon villano
rinumerò tutti i suoi bimbi al fuoco,
e con lui lungamente il tramontano
brontolò roco;
e tu quei cardi, in mezzo alle procelle,
spargesti sopra l’erica ingiallita,
e li schiudevi per pietà di quelle
povere dita....
Tutti spargesti i cardi irti e le fronde
fragili, e tutto portò via festante
la grama turba. Nudo con le monde
rame, o gigante,
stavi, e vedevi tu la vite e il melo
vestiti d’oro e porpora al riflesso
già delle nevi, e per lo scialbo cielo
nero il cipresso.
III
Per te i tuguri sentono il tumulto
or del paiolo che inquïeto oscilla;
per te la fiamma sotto quel singulto
crepita e brilla;
tu, pio castagno, solo tu, l’assai
doni al villano che non ha che il sole;
tu solo il chicco, il buon di più, tu dài
alla sua prole;
ha da te la sua bruna vaccherella
tiepido il letto e non desìa la stoppia;
ha da te l’avo tremulo la bella
fiamma che scoppia.
Scoppia con gioia stridula la scorza
de’ rami tuoi, co’ frutti tuoi la grata
pentola brontola. Il vento fa forza
nell’impannata.
Nevica su le candide montagne,
nevica ancora. Lieto è l’avo, e breve
augura, e dice: Tante più castagne
quanta più neve.
“Le castagne” di Marino Moretti
Le castagne, sgusciate
fuori dagli acuti ricci,
son dagli alberi arsicci
quasi tutte cascate.
Son cascate di quando
in quando al suolo nero
con un tonfo leggero,
con un murmure blando;
son tornate monde
alla lor terra bruna
e liete, perchè ognuna
il suo bene nasconde.
Ognuna sa che un giorno
sarà, per una cena,
quello che è il pane, appena
vien levato dal forno,
e mammine e figlioli
sogna affamati e chini,
ed ombre di camini
e fumo di paioli.
“Ode a una castagna caduta al suolo” di Pablo Neruda
Dal fogliame irto
sei caduta
completa,
del colore del legno lucidato,
dello splendido mogano,
veloce
come un violino
appena nato sull'altura,
e cade
offrendo i suoi doni rinchiusi,
la sua nascosta dolcezza,
finendo segretamente
fra uccelli e foglie,
scuola della forma,
lignaggio della legna e della farina,
strumento ovato
che custodisce nella sua struttura
delizia intatta e rosa commestibile.
In alto hai abbandonato
l'irto riccio
che ha socchiuso le sue spine
alla luce del castagno;
da quella fenditura
hai osservato il mondo,
uccelli
pieni di sillabe,
la rugiada
con le stelle,
e, sotto,
teste di ragazzi
e ragazze,
erbe che tremano senza riposo,
fumo che sale e sale.
Ti sei decisa, castagna,
e sei saltata a terra,
brunita e pronta,
dura e dolce
come un piccolo seno
delle isole d'America.
Sei caduta
battendo
sul suolo
ma non ti sei infranta,
l'erba
continuava a ondeggiare, il vecchio
castagno ha sussurrato come le bocche
di tutto un albereto,
è caduta una foglia dell'autunno rosso, impassibili hanno continuato a lavorare
le ore sulla terra.
Perché sei
soltanto
un seme,
castagno, autunno, terra,
acqua, altura, silenzio
hanno preparato il germe,
il farinoso spessore,
le palpebre materne
che apriranno, interrate,
nuovamente verso l'alto
la semplice magnificenza
di un fogliame,
l'oscura trama umida
di nuove radici,
le antiche e nuove dimensioni
di un altro castagno sulla terra.
“La castagna” di Gianni Rodari
C’è un frutto rotondetto,
di farina ne ha un sacchetto:
se lo mangi non si lagna,
questo frutto è la castagna.
La castagna in acqua cotta
prende il nome di ballotta.
Arrostita e profumata
prende il nome di bruciata.
Se la macino è farina:
dolce, fina, leggerina:
se la impasto che ne faccio?
Un fragrante castagnaccio.






