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Le poesie più belle sulle castagne, versi di autunno e boschi

Le poesie più belle sulle castagne, versi di autunno e boschi

Da Pablo Neruda a Gianni Rodari andiamo a scoprire insieme alcune delle poesie più belle sulle castagne e sul loro dolce sapore d’autunno.

Le castagne sono parte integrante dell’autunno ed esse sono quasi in punta di piedi diventate protagoniste di poesie e versi. Alcuni autori hanno raccontato del dolce sapore dei frutti che sa ricordare a tutti i boschi colorati dal foliage, mentre altri hanno insistito sul senso di intimità che mangiarlei insieme trasmette. Andiamo, allora, a scoprire le liriche più emozionanti in cui troviamo le castagne e i castagni.

Le poesie più belle sulle castagne, versi di autunno e boschi
@envatoelements

Le poesie sulle castagne 

“Il castagno” di Giovanni Pascoli 

I 
Quando sfioriva e rinverdiva il melo,
 
quando s’apriva il fiore del cotogno,
 
il greppo, azzurro, somigliava un cielo 
visto nel sogno; 

brullo io te vidi; e già per ogni ripa
erano colte tutte le vïole,
e tu lasciavi ai cesti ed alla stipa
tutto il tuo sole; 

e, pio castagno, i rami dalla bruma
ancora appena e dal nevischio vivi,
a mano a mano d’una lieve spuma 
verde coprivi.

 Ma poi, vedendo sotto il fascio greve
le montanine tergersi la fronte,
tu che le sai da quando per la neve
scendono il monte, 

ecco, pietoso tu di lor, tessesti
lungo i torrenti, all’orlo dei burroni,
una fredda ombra, che gemè di mesti
cannareccioni. 

II 
E qualche cosa già nell’aspro cardo
chiuso ascondevi, come l’avo buono
che nell’irsuta mano cela un tardo 
facile dono. 

Ai primi freddi, quando il buon villano
rinumerò tutti i suoi bimbi al fuoco,
e con lui lungamente il tramontano
brontolò roco; 

e tu quei cardi, in mezzo alle procelle,
spargesti sopra l’erica ingiallita,
e li schiudevi per pietà di quelle 
povere dita.... 

Tutti spargesti i cardi irti e le fronde
fragili, e tutto portò via festante
la grama turba. Nudo con le monde 
rame, o gigante, 

stavi, e vedevi tu la vite e il melo
vestiti d’oro e porpora al riflesso
già delle nevi, e per lo scialbo cielo 
nero il cipresso. 

III 
Per te i tuguri sentono il tumulto
or del paiolo che inquïeto oscilla;
per te la fiamma sotto quel singulto
crepita e brilla; 

tu, pio castagno, solo tu, l’assai
doni al villano che non ha che il sole;
tu solo il chicco, il buon di più, tu dài 
alla sua prole; 

ha da te la sua bruna vaccherella
tiepido il letto e non desìa la stoppia;
ha da te l’avo tremulo la bella 
fiamma che scoppia.

Scoppia con gioia stridula la scorza
de’ rami tuoi, co’ frutti tuoi la grata
pentola brontola. Il vento fa forza 
nell’impannata. 

Nevica su le candide montagne,
nevica ancora. Lieto è l’avo, e breve
augura, e dice: Tante più castagne 
quanta più neve.

“Le castagne” di Marino Moretti 

Le castagne, sgusciate 
fuori dagli acuti ricci, 
son dagli alberi arsicci 
quasi tutte cascate. 

Son cascate di quando 
in quando al suolo nero 
con un tonfo leggero, 
con un murmure blando; 

son tornate monde 
alla lor terra bruna 
e liete, perchè ognuna 
il suo bene nasconde. 

Ognuna sa che un giorno 
sarà, per una cena, 
quello che è il pane, appena 
vien levato dal forno, 

e mammine e figlioli 
sogna affamati e chini, 
ed ombre di camini 
e fumo di paioli.

“Ode a una castagna caduta al suolo” di Pablo Neruda 

Dal fogliame irto 
sei caduta 
completa, 
del colore del legno lucidato, 
dello splendido mogano, 
veloce 
come un violino 
appena nato sull'altura, 
e cade 
offrendo i suoi doni rinchiusi, 
la sua nascosta dolcezza,
 finendo segretamente 
fra uccelli e foglie, 
scuola della forma, 
lignaggio della legna e della farina, 
strumento ovato 
che custodisce nella sua struttura 
delizia intatta e rosa commestibile. 
In alto hai abbandonato 
l'irto riccio 
che ha socchiuso le sue spine 
alla luce del castagno; 
da quella fenditura 
hai osservato il mondo, 
uccelli 
pieni di sillabe, 
la rugiada 
con le stelle, 
e, sotto, 
teste di ragazzi 
e ragazze, 
erbe che tremano senza riposo, 
fumo che sale e sale. 
Ti sei decisa, castagna, 
e sei saltata a terra, 
brunita e pronta, 
dura e dolce 
come un piccolo seno 
delle isole d'America. 
Sei caduta 
battendo 
sul suolo 
ma non ti sei infranta, 
l'erba 
continuava a ondeggiare, il vecchio 
castagno ha sussurrato come le bocche 
di tutto un albereto, 
è caduta una foglia dell'autunno rosso, impassibili hanno continuato a lavorare 
le ore sulla terra. 
Perché sei 
soltanto 
un seme, 
castagno, autunno, terra, 
acqua, altura, silenzio 
hanno preparato il germe, 
il farinoso spessore, 
le palpebre materne 
che apriranno, interrate, 
nuovamente verso l'alto 
la semplice magnificenza 
di un fogliame, 
l'oscura trama umida 
di nuove radici, 
le antiche e nuove dimensioni 
di un altro castagno sulla terra.

“La castagna” di Gianni Rodari 

C’è un frutto rotondetto, 
di farina ne ha un sacchetto: 
se lo mangi non si lagna, 
questo frutto è la castagna. 
La castagna in acqua cotta 
prende il nome di ballotta. 
Arrostita e profumata 
prende il nome di bruciata. 
Se la macino è farina: 
dolce, fina, leggerina: 
se la impasto che ne faccio? 
Un fragrante castagnaccio.


Alice Facchini
Alice Facchini
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Laureata in Filosofia, credo fermamente che ogni sfaccettatura del sapere umano meriti di essere inseguita. Amo la lettura, gli animali e la natura e penso che solo continuando a farsi domande sia possibile mantenere uno sguardo vigile sul mondo.
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Laureata in Filosofia, credo fermamente che ogni sfaccettatura del sapere umano meriti di essere inseguita. Amo la lettura, gli animali e la natura e penso che solo continuando a farsi domande sia possibile mantenere uno sguardo vigile sul mondo.
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