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Le nuove mense galeotte

Le mense scolastiche non hanno mai brillato per menù in grado di soddisfare i palati degli adolescenti in età scolastica, ma spesso far quadrare il fatidico conto tra qualità e prezzo risulta quasi impossibile


Ancora non ho superato quel trauma insostenibile, appena qualche minuto dopo la campanella, legato all’apertura dei tiepidi piatti di plastica della mensa scolastica alle medie. Se mi ci metto d’impegno posso ancora sentire il profumo misto tra sintetico e cartone di quasi ogni pietanza, portata in aula in scatoloni di polistirolo, mentre il pensiero era rivolto al piatto di pasta della mamma improvvisamente rivalutato a leccornia. La risolsi un giorno in cui mi infilai di soppiatto un paio di piatti avanzati nello zaino, li portai a mia madre e le dissi che se lo avesse mangiato lei lo avrei fatto anche io. Fui sollevato dalla mensa, un ragazzo libero.

Un problema che si ripete

Sono passati anni ormai dalla mia esperienza e ragazzini meno viziati o fortunati del sottoscritto devono ancora sorbirsi le pietanze della mensa, ma nel frattempo sarà cambiato qualcosa? In giro per lo Stivale si raccolgono notizie di diverse lamentele, più o meno smentite: a Pietrasanta alcuni genitori di una scuola materna si sono lamentati per la qualità del cibo messo a disposizione dei loro bambini, sottolineando come piaccia in realtà a pochi, considerando anche che un passato di ceci o merluzzo con pomodoro e finocchi, non sono considerati dai genitori dei piatti appetibili per bambini di 3 anni o poco più. A mitigare le polemiche ci pensano il sindaco e l’amministratore di Pietrasanta Sviluppo, azienda che gestisce il servizio mensa, impegnati a sottolineare come in realtà le lamentele siano state poche e fatte dalle solite due o tre mamme particolarmente apprensive.

Qualità a che prezzo?

Da alcuni dati a disposizione si evince che il problema non è comunque uno solo: se è vero che la qualità del cibo raramente viene messa in discussione non vale lo stesso per l’organizzazione delle mense e dei loro spazi dedicati, che in alcune scuole proprio non esistono o, in un caso su dieci, sono fatiscenti. Altra problematica più strettamente legata ai pasti sono le porzioni, visto che due bambini su tre hanno detto di amare mangiare a scuola ma solo uno su dieci riesce a finire tutto il pasto assegnatoli. C’è anche la questione prezzo da considerare, visto che le cifre sono tutt’altro che omogenee, con pasti che annualmente vengono a costare più di 700 euro a famiglia. La regione più cara è l’Emilia Romagna, con quasi 1000 euro di spesa, mentre la più economica è la Calabria, con circa 500 euro.

Qualità a che prezzo?

Nelle mense spunta il panino da casa

Altro polverone è stato sollevato nel momento in cui è diventato possibile per i bambini poter rinunciare al servizio mensa offerto dalle scuole per optare verso un più rasserenante pranzo al sacco. Risulta infatti difficile a livello di responsabilità capire come gestire quei bambini, tanto che in alcuni casi sono stati trattati in maniera differente tra le mura di uno stesso istituto.

Come riportato da Repubblica: “In un caso, un bambino, con il proprio cestino, è stato accudito, all’ora di pranzo, dalla maestra, mentre gli altri compagni erano in mensa: e ha consumato il proprio pasto in classe. Per poi proseguire il tempo dell’intervallo delle lezioni in cortile a giocare con tutti gli altri compagni. Ma nello stesso istituto, poi, due bambini con il pranzo portato da casa hanno ricevuto trattamento diverso: le maestre li hanno invitati a lasciare i loro pranzi sotto il banco e a consumare, come poi è avvenuto, il pasto in mensa, insieme ai compagni, come tutti gli altri giorni.”

Rimane da capire come potranno organizzarsi queste famiglie all’interno di un discreto vuoto legislativo che non si sa bene come gestire ma almeno, in ogni caso, sembrerebbe che dal polistirolo immangiabile dell’infanzia qualche passo in avanti sia stato effettivamente fatto.

Fonti: Repubblica – Orizzontescuola – Gonews – LaStampa

REDAZIONE
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